Addio a Renato Scarpa, l’attore dai mille volti

Caratterista eccezionale, divenne famoso per il ruolo di Robertino in Ricomincio da tre
Si dice spesso che se in Italia esistesse la stessa considerazione che Hollywood riserva ai caratteristi, qui ci sarebbero i migliori. Tra questi, uno spazio d’eccezione lo occupava Renato Scarpa, nato a Milano il 14 settembre del 1939, morto ieri nella sua casa di Roma, che ha saputo declinare il suo talento in mille sfaccettature, concentrando l'attenzione dello spettatore su quel suo faccione duttile e pieno di umanità. Piccolo, capace di alternare il registro drammatico e quello comico senza mai perdere una sua immediata riconoscibilità, ha attraversato le stagioni del cinema italiano dalla fine degli anni '60 ad oggi lavorando con i migliori registi: i Taviani che ne rivelarono il talento in Sotto il segno dello scorpione e San Michele aveva un gallo; Nicolas Roeg e Dario Argento che gli diedero una patina di ambiguità in A Venezia un dicembre rosso shocking e Suspiria; Giuliano Montaldo che lo vestì da frate in Giordano Bruno. E poi Bellocchio, Comencini, Rossellini, Monicelli, Cavani, Risi per citarne alcuni.
In genere il caratterista viene usato come controcanto del protagonista, ma nel suo caso Scarpa sapeva ritagliarsi una dimensione autonoma, dando ai personaggi un plus di umanità come nell'inflessibile preside di La stanza del figlio o l'abile cardinale di Habemus Papam per Nanni Moretti. Per il grande pubblico però divenne popolare grazie a Carlo Verdone (l'impagabile ipocondriaco di Un sacco bello) e Massimo Troisi (l'impacciato Robertino di Ricomincio da tre). L'attore aveva cavalcato (più di cento ruoli tra cinema e tv fino alla recente serie Rocco Schiavone) tutti i generi, dalla farsa al western, dall'avventura, al melodramma. Un bagaglio coltivato fin dall'adolescenza, prima sui palcoscenici e poi al Centro Sperimentale di cinematografia di Roma. Poteva essere eroico e ambiguo, ammiccante e sobrio, dolce e severo: la sua faretra conosceva le armi della seduzione espressiva per una carriera culminata con le candidature ai David di Donatello. Piace ricordarlo in una recente interpretazione che ne riassume l'umanità e la bravura: in Diaz, Daniele Vicari gli affida il ruolo dell'umile pensionato coinvolto suo malgrado negli scontri con la polizia al G8 di Genova. Nel suo sguardo smarrito, negli occhi azzurri che contemplano la brutalità della violenza senza poter opporre ragione alla forza, si riassume il senso stesso del film e quel personaggio minore diventa protagonista, testimone silenzioso di una pagina dolorosa di storia. Oggi che Renato Scarpa se ne è andato, in silenzio com'era il suo stile, lo si ricorda proprio come piccolo, grande protagonista della nostra memoria collettiva.
