Agnes Varda, la ribelle della Nouvelle Vague

30 Marzo 2019

E’ morta a 91 anni la regista francese vincitrice del Leone d’oro con “Senza tetto né legge” e di un Oscar alla carriera

Chi dice che la Nouvelle Vague parigina nasca alla fine degli anni '50 su impulso dei «giovani turchi» come Truffaut, Godard, Rivette, Chabrol, Astruc, Rohmer e Resnais, mette in realtà insieme le molte anime della nuova generazione di autori francesi che si ribellava alle costruzioni di un cinema formale e in parte calligrafico che pure contava grandi maestri come Clouzot, Melville, Clement. Ma chi trascura il nome di Agnès Varda - nata il 30 maggio 1928 a Bruxelles, morta ieri a Parigi a 91 anni- in quel gruppo di rivoluzionari della macchina da presa sembra scordarsi che il suo folgorante esordio nel 1954 con «La pointe courte» (protagonista un debuttante Philippe Noiret) segna la prima, vera «boccata d'aria» nel nuovo cinema francese.
La prima a non riconoscersi nelle semplificazioni che connotano la Nouvelle Vague era proprio lei, belga d'origine, cresciuta alla scuola teatrale di Jean Vilar, fotografa per vocazione e regista per caso, adepta della regia grazie alla passione per il documentario e all'amicizia con Alain Resnais che montò il suo primo film. Figlia di un greco e di una francese, nata Arlette ma tanto ribelle alle convenzioni da cambiarsi il nome di battesimo a 18 anni, Agnès Varda era ormai un'icona del cinema francese e il più combattivo simbolo del cinema al femminile in terra di Francia, spesso accostata in questo alla scrittrice/regista Marguerite Duras con cui divideva la passione per la cinepresa come una seconda penna. Un Leone d'oro a Venezia nel 1985 («Senza tetto né legge»), una Palma d'oro alla carriera nel 2015, un Oscar onorario nel 2018, non bastano a riassumere una carriera scandita da 11 lungometraggi, 20 documentari (forse il cuore della sua qualità d'autrice) e altrettanti cortometraggi, ma basta scorrere la lunghissima lista dei premi ottenuti per misurarne una popolarità che va oltre i singoli successi. Agnés non era bella, dal fisico minuto e dagli occhi vivissimi, ma la sua ironia sferzante e il suo ottimismo contagioso stregavano ogni platea. Nonostante un primo (e breve) matrimonio da cui nasce Rosalie, è sempre stata la compagna di un solo uomo, il regista Jacques Demy conosciuto nel 1958, padre di Mathieu e scomparso nel 1990. A lui, l'autore di «Les parapluies de Cherbourg», Agnès dedica ben tre film che sono un autentico atto d'amore. Ma prima ancora sono i film più personali «Cleo dalle 5 alle 7» (1962), «Le bonheur» (premiato a Berlino nel '65) e «Les Creatures» (1966) ad assicurarle notorietà internazionale. Tra la fine degli anni '70 («L'une chante, l'autre pas» del '77) e gli anni '80 il suo cinema diviene forte e riconoscibile anche se il lungometraggio narrativo si alterna sempre più spesso al documentario di creazione. Cruciale il sodalizio con Jane Birkin che racconta in «Jane B. par Agnes V.» (1987) cui seguirà il bellissimo «Garage Demy» (1991) dedicato al marito. Più recentemente Les plages d'Agnès (2008) e il recente Visages Villages (2018) girato con Gérard Depardieu, hanno fatto il giro del mondo.
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