Alla ricerca dei mestieri perduti: l’altro Abruzzo di Luciano D’Angelo

Il fotografo pescarese racconta nel suo ultimo lavoro personaggi e professioni che resistono al cambiamento
Vengono fuori come personaggi di pale d’altare, immersi in una luce bruna, calda, avvolgente, stringendo gli attrezzi dei loro antichi e difficili mestieri. Sono i 21 abruzzesi scelti da Luciano D’Angelo per rappresentare “L’altro Abruzzo”, il tema del grande volume che il fotografo di Pescara manda in questi giorni in libreria per i tipi LD Editore con testi di Claudio Valente (accompagna l’uscita una bella e coinvolgente mostra all’Aurum di Pescara aperta fino al 10 maggio).
Luciano D’Angelo, come nasce L’altro Abruzzo?
«Il progetto è frutto di una ricerca che avevo già in mente da un po’ di anni. Volevo fare un lavoro diverso su questa regione».
In che senso diverso?
«Tutti vediamo che c’è un eccesso di Abruzzo raccontato fotograficamente».
Tutti fotografano.
«Vero, la fotografia ormai ha perso la sua funzione: è consegnata ai cellulari, a Instagram».
È proprio per questo che servono ancora i fotografi. Dunque, come nasce il libro?
«Sono anni che non fotografo più il paesaggio. Mi interessano invece gli uomini, la ricchezza nascosta in queste figure che rappresentano la parte migliore della regione. Volevo recuperare una fotografia che riguardasse l’antropologia dell’Abruzzo».
Ecco allora la scelta dei soggetti. Tra i quali, noto, mancano vignaiuoli e chef. Eppure sono loro, spesso, gli eroi eponimi di un territorio, almeno nella narrazione dei media.
«Non ci sono, e non perché non meritassero. Semplicemente non rientravano nella mia ricerca, cioè nel tentativo di ritrovare mestieri che rasentano l’archeologia».
Mestieri in via d’estinzione.
«Alcuni sono già dentro questa categoria, penso al ceramista di Castelli nell’accezione puramente artigianale, di bottega, del termine. Penso al carbonaio, ma anche al pescatore di alici. O alla tessitrice di Campotosto che ha recuperato il telaio della nonna dalle macerie del suo paese. Questi aspetti mi intrigavano. Poi ho dovuto ragionare su come raccontarli».
Li ha immersi in questa luce... come la definirebbe?
«È una luce rinascimentale. D’altra parte le mani di Vincenzo, il ceramista, vengono da lì, dal Rinascimento».
E’ una luce che va costruita.
«Mi ha aiutato molto il mio assistente Alessandro Antonelli. Tutte le foto hanno comportato molto studio. Non c’è improvvisazione, sia nei ritratti che nelle foto d’azione. Ma è stato il modo che ho scelto per dare questa forza alle immagini finali. E per dare dignità ai personaggi».
Devono essere state sedute faticose, anche per i suoi soggetti.
«Per fotografarli li ho frequentati a lungo, ho parlato molto con loro, ne ho ascoltato le storie. Mi hanno seguito con pazienza in tutti i momenti del lavoro, senza mai un gesto di insofferenza. Alla fine ho capito che chi sa fare, ti fa fare bene le cose. Mi hanno lasciato in dono una sorta di saggezza. La vera ricchezza di questo lavoro è stata la frequentazione di queste persone».
Questo Abruzzo è destinato a sparire?
«Io non sono né pessimista né ottimista, ma credo con realismo che scomparirà assolutamente. Basta fare un salto indietro di 20 anni, oggi i processi sono tutti accelerati: stiamo subendo una vera mutazione antropologica».
Prossimi progetti?
«Il 26 aprile sarò al Festival della montagna di Trento. Quest’anno è dedicato alle montagne del Marocco e porterò 15 opere sui berberi. Ma certo non mi dispiacerebbe vedere allestita a Roma la mostra sull’altro Abruzzo che oggi è all’Aurum. Sarebbe una grande promozione per il nostro territorio, ma non solo. In fondo il mio lavoro è anche una grande storia del Mediterraneo e della sua cultura materiale».
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