l’intervista

Amii Stewart: «Bimbi del bosco? La famiglia non andava disintegrata in quel modo»

14 Agosto 2026

La cantante americana domenica chiuderà il festival a Spoltore.

In scaletta le sue hit degli anni ’80 e ’90 in chiave R&B

SPOLTORE

Amii Stewart continua a proporre sul palco quasi cinquant’anni di musica senza trasformare i concerti in una celebrazione del passato. Nata a Washington, naturalizzata italiana e da anni residente in Sardegna, domenica 16 agosto sarà in Largo San Giovanni per la chiusura della 44/a edizione dello Spoltore Ensemble.

In questa intervista parla del live, degli incontri con Ennio Morricone e Nicola Piovani, poi allarga lo sguardo agli Stati Uniti di Donald Trump e alla politica italiana. In chiusura interviene sul caso della famiglia nel bosco di Palmoli.

Che concerto porterà a Spoltore?

«Ho cercato di costruire uno spettacolo che rispecchi Amii Stewart a 360 gradi. Proporrò i miei successi degli anni Ottanta e Novanta rivisitati in chiave R&b, insieme ai brani più recenti. Ci saranno anche canzoni di artisti che amo molto, come Pino Daniele e Prince. Credo sia un concerto nel quale ognuno possa trovare qualcosa».

“Knock on Wood” continua ad attraversare le generazioni. Che rapporto ha oggi con quella canzone?

«Funziona sempre. La gente si alza in piedi, non c’è niente da fare. Ha un fascino che neanche io riesco a spiegare completamente, se non per il grande senso di gioia che suscita. Il pubblico si abbandona al ritmo e ai ricordi. Accade anche con persone che non erano ancora nate quando il brano entrò in classifica».

Quale incontro ha cambiato maggiormente il suo modo di cantare?

«Ognuna delle persone con cui ho lavorato mi ha lasciato qualcosa. Ennio Morricone mi ha consentito un vero salto: con la sua musica sono stata considerata un’interprete e non solamente una cantante pop. Un’altra esperienza decisiva è stata La Pietà, lo Stabat Mater di Nicola Piovani su versi di Vincenzo Cerami. Interpreto una madre africana che vede morire di fame il proprio figlio. Ho affrontato quel ruolo diverse volte nell’arco di vent’anni e, crescendo, sono entrata sempre più dentro quella donna. Ho imparato a vivere ogni nota invece di pensarla. Oggi sento con la pancia quello che canto».

Lei è nata a Washington. Quanto riconosce gli Stati Uniti di oggi?

«Quello che adesso vediamo in maniera così palese è sempre esistito, però nessuno aveva mai dato licenza alla crudeltà come ha fatto Donald Trump. Va detto che l’America è costruita sul razzismo, perché è stata costruita attraverso la schiavitù e sulla schiena degli afroamericani. Non possiamo far finta che questo non sia accaduto».

Che cosa ha cambiato Trump nella società americana?

«Ha dato la possibilità di uscire dall’ombra e di essere apertamente razzisti e classisti. Ha reso legittima questa cattiveria attraverso i suoi comportamenti. Noi afroamericani non siamo sorpresi, perché viviamo tutto questo da quando siamo arrivati in America. Prima era nascosto, sottile, inserito nella società in maniera più elegante. Adesso è uscito allo scoperto».

Vede lo stesso rischio anche in Italia?

«Il rischio esiste a proposto di una parte politica. Purtroppo, dall’altra parte, non sono abbastanza forti. Non vedo nessuno veramente credibile, abbastanza carismatico e intelligente, con alle spalle una lettura politica capace di cambiare rotta in questo momento. Forse mi sbaglio».

Gli artisti hanno il dovere di alzare la voce?

«Non tutti hanno la stessa potenza. Quando parlano Bruce Springsteen o Stevie Wonder la gente ascolta. Io ho scritto Grace pensando all’insurrezione al Campidoglio: quella è stata la mia protesta, pur sapendo di non avere la risonanza di Springsteen. Non possiamo condannare gli artisti che parlano o quelli che non lo fanno, perché spesso non sappiamo neppure chi stia alzando la voce. C’è spazio per tutti».

Che idea si è fatta della vicenda della famiglia nel bosco di Palmoli?

«In tanti, tra politica e istituzioni, sono entrati con i piedi di piombo, quando sarebbe stato necessario muoversi in punta di piedi. I bambini devono essere accuditi, avere un bagno funzionante e non trovarsi in pericolo. Forse, avevano bisogno di cose che i genitori non erano in grado di fornire, ma hanno sviluppato valori che tanti altri coetanei non hanno mai sviluppato. Quella famiglia andava aiutata con grande delicatezza e sensibilità. Non andava distrutta, non andava disintegrata in quel modo».

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