Anna Longoni, nuova presidente di giuria dei Flaiano Narrativa

24 Gennaio 2026

La filologa e saggista è una studiosa dell’autore pescarese. Il 27 febbraio sarà a Pescara con la raccolta “Chiuso per noia”

TERAMO. «Ringrazio Carla Tiboni, è un onore ricevere oggi il testimone, passato dalle mani di Edoardo Tiboni a quelle di Renato Minore. La lotta di Ennio Flaiano contro la deriva dei significati e la sua continua ricerca di una parola esatta, quella che – scriveva – sa ferire e insieme guarire, si offre come un prezioso punto di riferimento per un premio diventato negli anni sempre più importante e a me caro, anche nel ricordo di quando accompagnai a Pescara Maria Corti, che lo vinse con Il canto delle sirene».

Anna Longoni, saggista, docente universitaria, massima esperta di Ennio Flaiano a livello internazionale, è la nuova presidente di giuria del Premio internazionale Flaiano di Narrativa, che ha appena pubblicato il bando della 53esima edizione.

Il suo primo pensiero dopo la nomina, oltre al ringraziamento alla presidente della Fondazione Edoardo Tiboni, organizzatrice dei Premi Flaiano, Carla Tiboni, va alla grande filologa, critica, semiologa e scrittrice Maria Corti, della quale è stata allieva.

Professoressa Longoni, era il 1989 quando venne a Pescara con Maria Corti al Premio Flaiano. È iniziato lì il suo rapporto con il Premio? E quando ha incontrato l’opera di Flaiano?

«Quell’anno accompagnai Maria Corti, ma c’erano già stati contatti precedenti. Quando iniziai a occuparmi delle carte di Flaiano fui invitata a un primo convegno da Edoardo Tiboni. Ho incontrato Ennio Flaiano a Pavia quando ho iniziato a leggerlo, da allieva di Maria Corti, a metà anni Ottanta. A Pavia erano arrivate le carte di Flaiano portate dalla moglie Rosetta Rota. A Lugano, dove si era trasferita con Lelè perché la Svizzera garantiva alla figlia un’assistenza che in Italia non avrebbe ricevuto, Rosetta aveva donato alla Biblioteca Cantonale le carte relative al cinema, mentre tutti gli altri scritti, soprattutto di giornalismo e narrativa, le consegnò al Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, fondato a Pavia nel 1973 da Maria Corti a partire dalle carte di Montale».

Lei ha curato le opere di Ennio Flaiano per i Classici Bompiani con Maria Corti. Quali insegnamenti ha tratto da questi due giganti quasi coetanei?

«Io e Maria Corti abbiamo riordinato e riorganizzato i molti testi postumi dando una struttura ordinata e definitiva a tutto quel materiale. Pur nella loro evidente differenza, in entrambi si riconosce il grande valore di chi lavora sulla parola, che si tratti di critica o di narrativa. Maria Corti ci teneva a essere riconosciuta nel suo doppio ruolo di critica e narratrice. Flaiano si è espresso con diversi generi di scrittura, per il cinema, il teatro, la radio, la letteratura, sempre con grande rigore nell’impegno con le parole. Le parole devono essere chiare, diceva, mai ambigue, ma capaci di descrivere la complessità».

Il 27 febbraio presenterà a Pescara il nuovo libro di Flaiano da lei curato Chiuso per noia (Adelphi), dedicato alle recensioni cinematografiche dell’intellettuale pescarese, apparse su numerosi periodici. Già esistono varie raccolte, lei su cosa si è concentrata, su quale aspetto del rapporto tra Flaiano e la settima arte?

«Il libro raccoglie una sessantina di recensioni scritte da Flaiano. È una selezione molto severa delle sue numerossisime recensioni, quasi tutte edite in raccolte postume. La scelta che ho operato, da una parte vuole testimoniare i due grandi momenti in cui lui scrive di cinema, negli anni Trenta-Quaranta su varie testate e negli anni Cinquanta con un impegno più sistematico, settimanale, sul Mondo, dall’altra testimonia la ricorrenza di alcuni temi, lo sguardo sulla società del suo tempo, sul pubblico del cinema, per riuscire a dire quello che altrimenti, nel Ventennio, non avrebbe potuto dire. In questi scritti condanna la propaganda fascista, il colonialismo del regime, la guerra, e in seguito, dopo la caduta del fascismo, denuncia lo smarrimento degli italiani di fronte alla recuperata libertà e l’incapacità di aprirsi alla costruzione di un nuovo Stato. Naturalmente le sue riflessioni sul cinema abbracciano anche questioni teoriche, il rapporto tra realtà e finzione, la relazione tra cinema e letteratura».

Il film preferito di Flaiano?

«Lui dimostra grandi entusiasmi, ma direi Stromboli di Roberto Rossellini e i film di Charlie Chaplin»

Tornando alla letteratura, nella valutazione di un libro di narrativa, da lettrice prim’ancora che critica, su quali elementi costruisce il suo giudizio?

«Sicuramente il primo elemento è l’uso della parola, il livello linguistico ed espressivo. Flaiano diceva che nella deriva linguistica si riconosce la deriva morale di un’epoca. Anche oggi c’è un uso affrettato, spesso sciatto, della parola. È per me rilevante anche la capacità di riuscire a suggerire al lettore una chiave nuova per leggere se stessi e il mondo, di offrire un elemento di novità che aiuti a rivolgere uno sguardo diverso sulla realtà. Mi piace, inoltre, la capacità di un libro di dialogare con altri libri, di conservarne un’eco, è un elemento non indispensabile ma positivo».

Un elemento rivelatore della cultura di un autore.

«Ci sono autori che nascono da contesti estranei al mondo della letteratura, con una capacità autonoma, spontanea. Ma per lo più uno scrittore si trova dentro una storia, un percorso, in dialogo con gli autori che lo hanno formato. La nostra letteratura è in fondo fatta di citazioni».

Pensa di dare un indirizzo al lavoro della giuria tecnica? Quale deve essere il compito di un presidente di giuria?

«Il presidente ha intanto il compito di creare un buon clima di lavoro. Questa giuria ha già lavorato diversi anni con la guida di Renato Minore. È una giuria qualificata, con professionisti della parola, critici, scrittori, giornalisti. È sia attenta a valori consolidati che anche capace di riconoscere la novità di scrittori giovani. Sono stata invitata a questo ruolo in quanto da molto tempo curatrice dell’opera di Ennio Flaiano. E questo significherà per me anche farsi guidare da Flaiano, il quale scriveva che le parole della letteratura sanno ferire ma sanno pure guarire, esprimendo fiducia in una letteratura che non si stanchi mai di guardare al mondo, alla contemporaneità.

Ci sono momenti, e quello che viviamo è uno di essi, in cui la letteratura è chiamata a lasciare un segno forte nella realtà. Con la scrittura satirica Flaiano ha sempre voluto denunciare le storture del reale, ma con la fiducia che la satira e la parola potessero aiutare a raddrizzarle».

Quale dovrebbe essere oggi il compito di un premio letterario?

«Dovrebbe aiutare i lettori, che oggi sono inevitabilmente un po’ smarriti di fronte alla grande quantità di pubblicazioni. In questo mare magnum per un lettore può essere difficile fare delle scelte. Un premio segnala un valore e può quindi essere un’indicazione importante per chi legge. Inoltre può valorizzare e accompagnare un autore giovane, come nel caso del Premio Flaiano con la sezione Under 35».

Lo stato della letteratura italiana? In mezzo alla gran quantità di libri pubblicati cosa ne è della qualità?

«In questa grande quantità troviamo anche una produzione molto modesta, come quei libri che puntano su una fama derivante da ragioni extra letterarie. Però la quantità finisce per dare l’impressione sbagliata di un decadimento generale. In realtà continuano a essere scritti libri di valore. Il punto è cercarli. Oggi la narrativa italiana è viva. Certo, sarà sempre il tempo a determinare la permanenza o la caduta di un libro».

Il suo prossimo lavoro?

«Mi sto occupando del Flaiano scrittore per il cinema, quindi delle sue sceneggiature e soprattutto dei suoi soggetti, che sono già stati pubblicati, ma c’è ancora qualcosa di inedito. È interessante studiarli mettendoli in relazione con la forma breve dei suoi aforismi narrativi».

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