Anton Giulo Majano il regista dei due mondi

9 Febbraio 2017

Un libro di Mario Gerosa racconta la vita dell’autore teatino re degli sceneggiati che cambiarono l’Italia in bianco e nero degli anni Cinquanta e Sessanta

di Giuliano Di Tanna

I suoi sceneggiati erano lenti, e se qualcuno glielo faceva notare rispondeva così: «E allora David Lean?». Non aveva il lirismo visivo dell’autore di Passaggio in India e Dottor Zivago, Anton Giulio Majano, ma era un grande artigiano del piccolo schermo, della schiatta dei Sandro Bolchi e dei Daniele Danza, cioè di quei registi che, con i loro sceneggiati (non si chiamavano ancora fiction) hanno fatto grande la televisione degli anni Cinquanta e Sessanta.

Il curriculum di Majano, abruzzese di Chieti, morto nel 1994 all’età di 82 anni, potrebbe riempire da solo un libro. Fra le sue regie televisive più famose ci sono La cittadella con Alberto Lupo del 1964, il David Coperfield, con Giancarlo Giannini nel 1965, e La freccia nera, con Loretta Goggi nel 1968. Erano romanzi a puntate che tenevano gli italiani incollati davanti ai televisori ancora in bianco e nero per settimane e settimane.

Al regista teatino e all’epopea di quella televisione pedagogica (la Rai di Ettore Bernabei prima dell’arrivo delle tv private) è dedicato un bel libro di Mario Gerosa (280 pagine, 17 euro, edizioni Falsopiano). Il «titolo risorgimentale» del volume – “Anton Giulio Majano-Il regista dei due mondi” –, scrive Oreste De Fornari nella sua prefazione, «sarebbe piaciuto a Majano». Il saggio di Gerosa è ricchissimo di testimonianze degli attori che lavorarono con lui: Roberto Chevalier, Mariella Fenoglio, Loretta Goggi, Isabella Goldmann, Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Giuliana Lojodice, Mita Medici, Edoardo Nevola, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri. Il volume è chiuso da una postfazione della regista Cinzia Th Torrini, maestra di fiction televisive. Gerosa, 54 anni, giornalista, nel 1987 ha vinto il Premio Pasinetti-Cinema Nuovo con un saggio sugli attori di Luchino Visconti. Tra i suoi libri, Robert Fuest e l’abominevole Dottor Phibes e Il cinema di Terence Young.

Così come esiste un Lubitsch touch, esiste anche un Majano touch. E’ quanto sostiene De Fornari nella sua affetuosa prefazione. «Il tocco alla Majano», scrive il critico e storico del cinema, «a volte era in trovate clamorose come questa, o come l'incongruo "Yes" sulla lavagna di Anna Maria Guarnieri nella Cittadella (l'attrice ne parla nell'intervista riportata nel libro)». Seondo De Fornari, in Majano «c'erano in lui un Matarazzo e un David Lean, ma», aggiunge il critico, «non oso immaginare un Breve incontro diretto da Majano, magari con Alberto Lupo al posto di Trevor Howard». Gli sceneggiati, scrive sempre De Fornari, «con la loro parte di "fumettismo"» facevano «storcere la bocca ai letterati, non solo a noi».

«Mi raccontò Majano», scrive De Fornari, «che al bar della Bbc un dirigente gli si rivolse in questi termini: "Quale nuovo crimine contro la letteratura inglese sta preparando Signor Majano?". E lui: "Un grosso crimine, Vanity Fair". L'inglese ci restò di sasso perché loro non avevano ancora pensato di portare Thackeray in tv».

«Ora, anche grazie a questo libro, lo possiamo immaginare in altre età della vita», scrive ancora De Fornari. «Ufficiale di cavalleria in Africa, che viene decorato da Rommel, a Napoli nel '45 nella redazione di Radio Italia Libera, con Ghirelli, Steno e Longanesi, in un clima di entusiasmo e precarietà (Mario Soldati che strillava: "Mi hanno rubato i fagioli!") e poi naturalmente in via Teulada, a dirigere con piglio militaresco la complessa macchina produttiva dello sceneggiato da studio, sfidando la rigidità di qualche burocrate (durò fatica a convincerli che l'ampex si poteva tagliare), o scontrandosi con un attore troppo lontano dai suoi canoni, come Gian Maria Volonté, che lasciò il set di Delitto e castigo e fu sostituito da Luigi Vannucchi. Non sapremo mai come sarebbe stato il Raskolnikov di Volonté, ma nemmeno sapremo come era il Raskolnikov di Vannucchi, perché un dirigente ha distrutto le bobine, forse per fare spazio negli armadi o per recuperare il nastro. Non c'è da stupirsi. A quei tempi ben pochi immaginavano che i teleromanzi fossero destinati a finire nelle cineteche o sulle storie del cinema. Anche per questo», conclude Oreste De Fornari, «ci sono voluti tanti anni perché qualcuno si accorgesse che Majano è stato un grande e scrivesse un libro su di lui».

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