Arriva “Raffa” di Luchetti: docuserie su Carrà icona pop

Tre episodi da stasera su Disney+ per un ritratto profondo e ricco di sorprese
Entrare nel mondo di Raffaella Carrà «mi ha fatto avvicinare a un vulcano, a una sorgente di calore fortissima, che non è spiegabile solo con lo studio o la cultura ma con una combinazione di dati genetici, di talento, di bisogno. Ti trovi davanti a un fenomeno». Lo spiega Daniele Luchetti, parlando di “Raffa”, la sua docuserie in tre episodi al debutto su Disney+ da oggi, nella quale traccia un ritratto profondo, emozionante e ricco di sorprese, dell’icona dello spettacolo italiano scomparsa nel 2021.
Un viaggio (produce Fremantle Italia) tra pubblico e privato, costruito muovendosi tra oltre 1500 contributi tra show, interviste, filmati anche di famiglia, immagini mai viste, più le testimonianze di chi ha lavorato con lei, in Italia e nel resto del mondo, da Salvo Guercio a Caterina Rita, da Enzo Paolo Turchi a Loles Leon; componenti della sua famiglia, come il nipote Matteo Pelloni, e Barbara Boncompagni (anche coautrice della docuserie con Guercio, Cristiana Farina, Carlo Altinier, Salvatore Coppolino), della sua sfera di amici, di chi l'ha conosciuta, frequentata o anche solo ammirata: fra gli altri, Fiorello, Loretta Goggi, Renzo Arbore, Tiziano Ferro, Marco Bellocchio, Bob Sinclar, Nick Cerioni, Emanuele Crialese. C’è anche Sergio Japino, ma in un'apparizione senza parole. «Lui ci ha dato tanto in termini di conversazione e contributi ma era troppo fresca l'assenza di Raffaella», spiega il regista, «in video non si è sentito di dare più di una testimonianza muta che comunque ha una sua forza».
Vista la mole di materiale visionato e lavorato «è come aver realizzato un piccolo kolossal» commenta Luchetti, anche se «Raffaella è inconoscibile. È talmente enorme il lavoro che ha svolto e talmente tante le implicazioni che ha portato nella società, nella storia del costume, della televisione, che tre ore di documentario non possono che intaccare solo la superficie», spiega il regista. «La spinta che Raffaella aveva dall’inizio credo di averla raccontata mostrando a fondo le sue origini, ma anche parlando di ciò che non aveva ricevuto, a livello emozionale ed emotivo. Qualcosa che l’ha portata a trasferire tutta la sua energia vitale, che era immensa, dentro lo spettacolo».
La visione di Luchetti «non è solo quella dello spettatore che l’ha amata e incontrata nei corridoi di casa, con la sua voce che usciva dal televisore». Raccontare «l’icona principe della tv significa fare i conti anche con questo Paese». La docuserie si sofferma anche su quanto Raffaella Carrà sia una figura importante per la comunità Lgtqia+ e su critiche, censure, giudizi e attacchi che Raffa ha affrontato e superato fin dall’inizio: «Anche in quello dimostra la sua forza incredibile», aggiunge Luchetti. «Una delle chiavi per capirla è quella della donna romagnola, la sua origine in una regione in cui la cultura della donna, del corpo, della danza è affiancata alla tolleranza e a un senso di liberazione del femminile. E anche alla definizione di “azdora”, parola che ho imparato là. È la “reggitrice”, colei che nelle famiglie matriarcali romagnole regge anche l’impresa di famiglia, che sia il bar, l’albergo, l’azienda agricola, dando agli uomini l’illusione di contare ma in realtà caricandosi tutte le responsabilità. Mi sembra sia anche quello che abbia fatto lei nella sua vita, caricandosi sulle spalle la responsabilità dello spettacolo, dando agli uomini della sua vita, Boncompagni e Japino, un posto, lavorando insieme perché si andasse sempre alla scoperta di qualcosa di nuovo». Per Luchetti “Raffa” è un nuovo ritratto d’artista dopo “Codice Carla”dedicato a Carla Fracci.

