Ballando il tango con Jorge Luis Borges

4 Giugno 2019

Esce da Adelphi un libro che raccoglie i saggi del grande scrittore argentino sulla danza degli umili del suo Paese

Per certi versi potremmo dire che Borges è sempre alla ricerca di un senso perduto in fondo a un labirinto, ed è quel che anche praticamente fa in queste sue quattro conferenze sul Tango, tenute nel 1965 in un locale della sua Buenos Aires e registrate su audiocassette sorprendentemente conservate in una scatola di scarpe da un produttore di musica galiziano vissuto in Argentina, che poi le donò a un amico che lo aveva ospitato in Spagna, il quale le diede nel 2002 allo scrittore Bernardo Atxaga, Quest'ultimo solo nel 2007 riuscì ad avere la conferma della loro possibile autenticità e infine nel 2012 ne scrisse su un giornale e le consegnò a Cesar Molina, direttore della Casa del Lector di Madrid che le fece ascoltare alla vedova di Borges, Maria Kodama, che riconobbe la voce e ne risalì all'origine, autorizzandone la pubblicazione di cui oggi esce l'edizione italiana, “Il tango” (Adelphi, 170 pagine, 14 euro - traduzione di Tommaso Scarano) anticipata da alcuni stralci usciti su la Repubblica nel dicembre 2014.
Ora, aldilà delle vicissitudini misteriose e... labirintiche di queste cassette, Borges cerca il senso e le origini del tango, a cominciare dal suo stesso nome, in una perduta memoria africana, nei ricordi atavici, recuperati nell'inconscio dagli schiavi neri, per prendre in giro i quali nacque la milonga sulla base dei loro candombe ballati nei locali di terzordine. In una Buenos Aires negli ultimi vent'anni dell'Ottocento, piccola, circondata da terreni incolti e paludosi, provinciale e tutta di case basse, il tango sarebbe nato negli stessi luoghi in cui sarebbe nato pochi anni dopo il Jazz negli Stati Uniti, ossia bordelli e case di malaffare, tanto è vero per Borges che viene suonato al piano, flauto e violino, ma non con la chitarra che era lo strumento naturale argentino di tutte le osterie, e col popolo che lo rifiuta all'inizio, specie le donne, che ne conoscono l'origine indecente. Ed è in queste radici e metamorfosi, che non si sa quanto vere e quanto mitiche o letterarie, che sta per lo scrittore la verità, l'anima di questa musica e ballo, almeno sino alla prima guerra mondiale, dopo la quale si farà melodrammatica e compiaciuta, grazie anche alla nota lamentosa che gli deriva dall'aggiunta di uno strumento come il bandoneon di origine tedesca. Altrimenti gli argentini non troverebbero in esso la propria identità e la memoria e l'onore dei propri morti, di quel «coraggio, quella felicità, il metter alla prova il proprio valore, la sfida verso gli sconosciuti».
È per questo che Borges rifiuta la celebre definizione del tango di Ernesto Sabato «un pensiero triste che si balla», sia «perché non credo il tango sia assimilabile a un pensiero, ma a qualcosa di più profondo, un'emozione», sia perché «l'aggettivo triste è davvero qualcosa che non si può attribuire ai primi tanghi». Anzi, conclude le sue conferenze sintetizzando che «il tango, ma soprattutto la milonga, è stato un simbolo di felicità» in cui sopravvive eterno «qualcosa dell'anima argentina che è stato salvato da questi umili, e a volte anonimi, compositori della periferia, qualcosa che tornerà».
Con una certa elegiaca nostalgia Borges ha una sua visione personale e esalta solo il tango delle origini, quindi, il ballo della plebe, delle periferie che sfidano la morte, di veri uomini di un tempo ormai passato, ed è questa sua natura, ci ricorda il curatore di questa edizione italiana, Tommaso Scarano, che conquistava le avanguardie primo Novecento in opposizione a quella borghesia, sia quella nazionalista che quella socialista, che lo trovava eccessivamente folcloristico e roba da immigrati. Questo mentre conquistava l'Europa, da Parigi a San Pietroburgo, ormai virato in «camminata voluttuosa».
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