C’era una volta lo spinacio selvatico

22 Dicembre 2020

Il botanico abruzzese Manzi sulle tracce degli antenati dei vegetali

PESCARA. Dalla straordinaria primordiale biodiversità vegetale del selvatico Abruzzo non poteva prescindere Aurelio Manzi nell’illustrare la ricchezza della flora italiana e sottolinearne l’importanza strategica per l’agricoltura e l’alimentazione del futuro.
Nella sua nuova opera “I progenitori delle piante coltivate in Italia” (Meta Edizioni, Treglio, pp. 275 ) il naturalista abruzzese individua a descrive – per la prima volta in Italia – le numerose piante ritenute antenate di quelle oggi coltivate a scopo alimentare. Cereali, legumi, ortaggi, ortaggi dimenticati, piante erbacee da olio, legnose da frutto, aromatiche. Manzi ne analizza lo status e i pericoli per la loro salvaguardia sottolineando come la conservazione della biodiversità abbia un ruolo importante nello sviluppo dell’agricoltura e della civiltà del Paese. In Abruzzo sopravvivono piante selvatiche che ancora oggi possono essere coltivate – per la prima volta – per rispondere alle esigenze del mercato che le richiede. Piante, racconta lo studioso, come lo spinacio selvatico o buon enrico (Chenopodium bonus-henricus) ovvero gli orapi di cui da qualche anno è iniziata la “domesticazione” (coltivazione) sul territorio per rispondere alla domanda crescente di ristoratori e consumatori, come accade anche in Puglia per lampascione e salicornia, nelle Marche per il finocchio marino, in Basilicata con la cardogna.
L’Italia, e l’Abruzzo, vantano un patrimonio genetico e culturale straordinario, fondamento irrinunciabile della nostra civiltà agricola. Si tratta dei lontani parenti del carciofo, bietola, finocchio, carota, pastinaca, sorbo, pero, ciliegio, nocciolo, scorzonera, lattuga, ravanello, pisello, cicerchia, asparago coltivato. Persino la vite selvatica (Vitis vinifera sylvestris), di cui una piccola popolazione è oggi localizzata nella lecceta di Torino di Sangro, in provincia di Chieti . «Da queste piante selvatiche», argomenta Manzi «potremmo selezionare nuove varietà resistenti ai parassiti e quindi utilizzare meno insetticidi, varietà resistenti all’aridità e quindi consumare meno acqua. Molto importante è il contenuto di antiossidanti utili alla nostra salute, proprietà che possono essere trasmesse alle piante coltivate. Molte varietà coltivate sono state create grazie ai progenitori selvatici. L’Italia vanta peraltro il maggior numero di varietà di olivo grazie alla selezione operata sulle piante di olivo coltivate. Nella storia dell’agricoltura mondiale alcune piante sono state addomesticate e poste a coltura per la prima volta proprio in Italia, essenzialmente nel periodo romano e nel Rinascimento. È il caso di una coltura impensabile come il papavero da oppio, la cui domesticazione è avvenuta per la prima volta oltre 7.500 anni fa sulle sponde del lago di Bracciano. E di svariati ortaggi tra cui il cardone-carciofo coltivato per la prima volta in Sicilia, la pastinaca, il cavolo, la cicerchia (addomesticata forse proprio in Abruzzo, suggerisce Manzi), il navone, il finocchio, il cappero. Diverse specie di fruttiferi come il sorbo, i cui frutti venivano anche impiegati per la produzione di bevande alcoliche, il nocciolo, probabilmente anche il susino. Organizzazioni come la Fao hanno messo in campo progetti di conservazione in situ ed ex situ per i progenitori delle piane coltivate (Crop wild relatives).In Italia, un esempio virtuoso è quello rappresnetato dal Parco nazionale della Majella.