«Canto in Abruzzo e sono a casa»

11 Agosto 2018

Arriva Nino D’Angelo: «Andrò al Bataclan, perché la musica serve per vivere e non per morire»

PESCARA. «In Abruzzo mi sento a casa. Da vent’anni ho una casa a Pizzoferrato, sono cittadino onorario della Majella. Quindici anni dopo il Flaiano tornare a Pescara sarà una bella festa. Tengo molto a questa data in Abruzzo, terra che ha tanto sofferto». Nino D’Angelo parla con l’entusiasmo di sempre del suo lavoro e della festa musicale che lo vedrà protagonista stasera dalle 21 a Pescara, al teatro monumento D’Annunzio, di un concerto che mette insieme passato, presente e futuro (info: 085.693093).
Alla città adriatica il musicista e attore napoletano è legato al ricordo del Premio Flaiano, ricevuto nel 2003 come interprete del film di Pupi Avati “Il cuore altrove”. Lo spettacolo di stasera è l’ennesima tappa del Concerto 6.0 Tour, partito il 6 luglio da Salerno per toccare diverse città italiane prima di una ripresa autunnale a Londra, Liegi, Parigi. «Il tour ha preso il nome, 6.0, dal concerto di un anno fa allo stadio San Paolo di Napoli per i miei 60 anni. Una serata indimenticabile. Abbiamo continuato con questo titolo anche per il tour di quest’anno, 6.0 è diventato il marchio di questa festa itinerante, che arriverà anche al Bataclan di Parigi».
Com’è nata la data del Bataclan?
«La strage mi ha fatto incavolare. Vedere quelle persone innocenti morire per la musica. Gente che era lì per divertirsi. Il teatro mi ha chiamato per una data, ma l’ho voluto pure io, sono stato felice di poter fare anch’io qualcosa per far ripartire quello spazio e quel sogno musicale. La musica serve per vivere, non per morire».
Negli anni '80 ha avuto un successo travolgente, tra tanti dischi e tanti film. Era il biondino col caschetto idolo delle ragazzine. Nel decennio successivo la svolta.
«Dagli anni '90 ho fatto un percorso più autoriale, da cantautore. Mi sono sentito più responsabile verso Napoli e la musica napoletana. Mi piace molto contaminare. E da allora anche chi prima non mi amava ha iniziato ad apprezzarmi. Ho sempre avuto queste due facce: Nino D’Angelo col caschetto e Nino D’Angelo autore. Secondo una “legge” che è stata fatta dopo, negli anni '90, io sarei stato negli anni '80 con pezzi come “Nu jeans e ‘na maglietta” il primo neomelodico. Però poi sono diventato altro, un autore con tutti i crismi. Un brano come “Senza giacca e cravatta” mi ha portato nelle vette delle classifiche dei Paesi dell’Est e non solo».
“Nu jeans e ‘na maglietta”, album da un milione di copie e film che tenne testa al botteghino a “Flashdance”. Se guarda indietro, cosa prova per quel biondino?
«Ho tanta stima per lui, ha lavorato tanto. Quel ragazzo ha dovuto lottare contro il pregiudizio per far capire che sotto quel caschetto biondo c’era anche una testa. Ho lavorato tanto e dopo 40 anni di carriera sto ancora qua».
Negli anni del grande successo popolare si è sentito discriminato dalla critica?
«Sono stato il primo caso di razzismo musicale negli anni '80. “No al razzismo” era il timbro presente all’epoca sui miei dischi. Ero un bianco discriminato, ero ingiustamente snobbato come terrone, ho subìto la discriminazione verso chi viene dalla periferia, dalla Napoli che soffre. Ero ghettizzato. Ma alla lunga lavoro, talento, passione e versatilità, anche come autore di musiche per cinema e teatro, mi hanno fatto apprezzare. Oggi sono riconosciuto e questa è una soddisfazione enorme. Ai concerti c’è sempre tanto pubblico. È cambiato il mio pubblico, ci sono tanti ragazzi».
Quanto è stato importante l’incontro nel 1996 con la regista Roberta Torre?
«L’incontro con Roberta fu la ciliegina sulla torta. Roberta capì meglio degli altri che potevo fare anche altro. Prima mi propose il cortometraggio “La vita a volo d’angelo”, poi mi chiese le musiche del film “Tano da morire”. Per quella colonna musicale ho avuto tanti riconoscimenti, David di Donatello, Nastro d’argento. Da allora ho lavorato tanto e cercato sempre di imparare».
Tra i tanti film da lei musicati c’è anche il poliziesco “Falchi”, di suo figlio Toni D’Angelo.
«È un giovane di talento, ne vado orgoglioso. Aprirà la Settimana della critica a Venezia con il corto “Nessuno è innocente”».
Da giovane si è mai sentito erede dei grandi della sceneggiata?
«A un certo punto fui considerato l’erede di Mario Merola. Ma lui era talmente grande da essere unico. Lui stesso mi diede questa etichetta di suo erede durante una puntata di Domenica in. Ma volevo essere anch’io un numero 1, quindi non potevo essere erede di nessuno».