Castelbasso, l’arte di Mauri illumina l’Abruzzo

21 Agosto 2018

Nel borgo teramano l’antologica dell’artista romano e il progetto di Matteo Fato in dialogo con opere del Novecento

CASTELLALTO. L’arte di Fabio Mauri per Castelbasso 2018, mostra allestita dalla Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture illumina l’Abruzzo fino al 2 settembre.
Il percorso tra le opere di Fabio Mauri, fotografie, installazioni, proiezioni e disegni scelti dalla curatrice Laura Cherubini esposti nelle sale di Palazzo De Sanctis del borgo teramano, permette una sintesi del pensiero dell’artista nel decennio 1968-1978. Il nucleo delle iniziative, allestite dalla Fondazione presieduta da Osvaldo Menegaz è sempre l’arte contemporanea e, oltre alla esposizione delle opere di Mauri, trova spazio quest’anno un artista abruzzese (Pescara, 1979) di livello internazionale come Matteo Fato.
Attraverso il progetto “Sarà presente l’artista”, Fato prende spunto da un antico ritratto di un astronomo (Collezione permanente della Fondazione), per costruire una riflessione sul modo di osservare (e percepire) la realtà. Da questo punto di partenza si snoda il percorso espositivo della mostra, a cura di Simone Ciglia, che comprende opere di autori dal secondo Ottocento al Novecento posti in dialogo con le opere di Fato a palazzo Clemente.
Il progetto “Sarà presente l’artista #0 Matteo Fato”, come spiega il curatore Ciglia, nasce «con l’intento di riaffermare la centralità della figura dell’artista, richiamata nel titolo che cita ironicamente un’espressione utilizzata negli inviti delle mostre. Con cadenza annuale, un artista è invitato a vestire i panni del curatore, riallestendo la collezione della Fondazione Menegaz in dialogo con il proprio lavoro». Nel primo episodio della serie, Fato dunque parte del ritratto anonimo di astronomo per costruire una riflessione sull’osservazione e sull’essere contemporaneo che ripercorre il pensiero di Giorgio Agamben. In “Che cos’è il contemporaneo?” (2008), il filosofo descrive il rapporto fra l’uomo e il proprio tempo attraverso una metafora celeste. La luminosità delle stelle nell’oscurità del cielo viene spiegata dall’astrofisica per via dell’allontanamento delle galassie, la cui luce viaggia a una velocità inferiore che le impedisce di raggiungere la terra. Allo stesso modo – afferma Agamben – «il nostro tempo, il presente, non soltanto è il più lontano, ma non può in nessun caso raggiungerci». Da qui la paradossale necessità di essere inattuale per riuscire a cogliere il proprio tempo: «È davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo». Da questa esigenza nasce il progetto di Fato, che concepisce nelle sale di Palazzo Clementi un percorso espositivo fondato sullo sfalsamento temporale. La sua scelta si orienta verso autori italiani dal secondo ’800 al ’900 – Angeli, Boille, Festa, Michetti, Spalletti, Turcato – in un allestimento che immagina lo spazio «come un foglio in cui disporre pittoricamente gli oggetti». Il loro lavoro è messo in dialogo con quello di Fato, che esplora i bordi fra immagine e segno, una regione al confine fra pittura e scultura.