Corrado Alvaro e l’Abruzzo una storia d’amore

Lo scrittore calabrese si rifugiò a Chieti nel ’43 per sfuggire ai nazisti nella Roma occupata
«Era da dieci lire la penna di Alvaro”. Così il Giornale d’Italia del 22 febbraio 1960 titolava l’articolo di Domenico Zappone sui ricordi dello scrittore di San Luca nella Biblioteca di Reggio Calabria. L’archivio della scrittrice aquilana Laudomia Bonanni, vincitrice nel 1960 del Premio Viareggio con L'imputata e nel 1964 del Premio Selezione Campiello con L'adultera, continua a consegnarci interessanti “ritagli di storia culturale ” del Novecento italiano. Merito dello studioso Gianfranco Giustizieri, che da anni è impegnato nel paziente lavoro di riordino dell’enorme mole di documenti e nella valorizzazione dell’opera bonanniana. Gli ultimi “ritrovamenti” quasi in concomitanza con il sessantunesimo anniversario della morte di Alvaro, avvenuta a Roma l’11 giugno 1956. Una penna preziosa e un viaggio in Calabria negli anni Sessanta. Esemplare riassunto di tanti valori: le radici, l’umiltà, l’umanità, la generosità, la forza della cultura.
Il giornalista e scrittore Domenico Zappone, calabrese di Palmi, rimase particolarmente colpito da quella penna di Alvaro nella Biblioteca di Reggio Calabria. «Una cosa toccante , la sua penna (l’asticciola) di legno nero, da dieci lire, col pennino dalla punta quadrata, sporco d’inchiostro». Nella sala intitolata all’autore di “Gente in Aspromonte”, vincitore nel 1951 del premio Strega con Quasi una vita, erano stati portati gli arredi, i tappeti, i quadri e i libri dello studio della «romantica casa romana». Li avevano donati alla Biblioteca la moglie Laura e il figlio Massimo. Ancora Zappone: «Vedo, subito, all’angolo del salone che ha un pavimento rosso antico, lo scrittoio ampio, panciuto, vecchiotto, di noce scura, lucidissimo, sgombro di qualsiasi carta, come Egli usava tenerlo quando riceveva qualcuno. C’è solo un tagliacarte d’osso bianco, piatto, col manico d’argento e il calamaietto di vetro conficcato in un vasetto d’argento ,rotondo, tenuto fermo a forza di straccetti. Non manca il sugherino, o – meglio- il turacciolo». E si sofferma su quella penna con la quale « tracciava gli inconfondibili segni della sua scrittura ben nota».
Questo e tanti altri scritti su Alvaro, confermano la grande attenzione che la Bonanni riservava allo scrittore. «In archivio c’è un fascicolo del dicembre 1966», ci dice Giustizieri , «interamente dedicato alla commemorazione di Alvaro a L’Aquila nel decimo anniversario della morte. La manifestazione si concluse con la rappresentazione al Teatro Comunale della “Medea”, scritta da Alvaro diciassette anni prima. Fu un successo straordinario per la Compagnia del Teatro Indipendente diretta da Maurizio Scaparro. Protagonisti principali gli attori Laura Adani e Renzo Giovampietro. Tutti gli articoli che la stampa nazionale dedicò all’avvenimento sono nel fascicolo. La Bonanni curò l’organizzazione di un convegno dedicato ai problemi della Calabria e del Meridione così come erano visti da Alvaro. Vi parteciparono, oltre alla stessa Bonanni, i professori universitari Bruno Gentili e Giovanni Pischedda, il regista Scaparro, il musicista Roman Vlad e il critico Nicola Ciarletta. Quel che rammarica è lo smarrimento degli atti e la documentazione relativa agli interventi». Un vero peccato.
«Laudomia Bonanni ha scritto tanto sulla Calabria», ricorda ancora Giustizieri che ci dice di aver «recentemente trovato nell’archivio aquilano il numero di novembre 1965 della rivista Nuovo Mezzogiorno dove ampio spazio (sei pagine con foto) viene dato al “Viaggio nella terra di Alvaro” della scrittrice aquilana». Viaggio che Laudomia, morta 15 anni fa, iniziava a raccontare così : «Non conoscevo la Calabria. Conoscevo invece molti calabresi e naturalmente gli scrittori calabresi più noti. Ho conosciuto Alvaro, uomo della sua terra tanto quanto Silone è abruzzese: cioè nelle fibre e nelle radici». Spiegava: «La spinta a visitare la Calabria mi è venuta proprio da quel che si dice, che l’abbiano scoperta gli scrittori trovandovi rifugi ideali per il lavoro. Ma già tante volte ne avevo avuto l’impulso leggendo Alvaro e parlando con lui». Entusiasta per la «strabocchevole bellezza che ,chi non conosce la regione, anche ad averne sentito parlare, trova superiore ad ogni aspettativa. Addirittura stupefacente. E’ dunque questa la Calabria. E’ anche questa…». E Giustizieri sottolinea : «C’era un forte legame empatico tra la Bonanni e la Calabria, tanto che la regione è spesso presente negli elzeviri che la scrittrice disseminava sui maggiori quotidiani italiani». Bisogna dire che dalla Calabria Laudomia ha ricevuto anche importanti riconoscimenti, come il prestigioso premio “Rhegium Julii” nel 1975 per il libro Vietato ai minori.
Alvaro e l’Abruzzo, legame stretto e di antica data, di accoglienza e di generosità. Come Ciampi anche lui deve la salvezza all’altruismo che è nel Dna degli abruzzesi . Il primo “incontro” risale al 1915. In prima linea sul Carso, venne ferito alle braccia e dopo la degenza negli ospedali militari di Ferrara e Firenze, fu destinato al servizio sedentario presso Chieti. Come inviato dei grandi giornali poi è tornato spesso in Abruzzo. A Chieti in particolare sul finire del 1943, per sfuggire ai tedeschi dopo l’occupazione di Roma. Colpito da mandato di cattura, si rifugiò nel capoluogo teatino e per vivere dava lezioni di inglese sotto il falso nome del prof. Guido Giorgi.
In Quasi una vita scriveva il 9 giugno 1944: «Ricoverato e protetto da una famiglia di gente del popolo, dopo traversie e tradimenti, che non si è mai spaventata di sapermi ricercato dalla polizia, e che non si è accorta che detestavo il terrore dei borghesi perbene che sospettavano di me, compatito da una bambina, mi domando perché non ho tentato di dominare la sorte prendendo l’iniziativa anziché adattarmi a subire». Ricordava poi con gratitudine chi avrebbe potuto tradirlo per trarre un grande vantaggio personale, e non l’aveva fatto. Anzi si era prodigato per aiutarlo a passare il fronte. «Un contadino che avevo conosciuto ad Ari mi viene a trovare e mi saluta per nome e cognome dicendomi: “Ho sempre saputo chi eravate voi”. Costui, con una grande famiglia, sfrattato dalla città e sul punto di essere deportato, veniva spesso da me a confidarmi le sue pene. Mi mandò anche una guida per passare il fronte, ed eravamo già d’accordo. Senonché la “compagnia” precedente alla mia fu in parte catturata, la guida rimase dall’altra parte, e il fronte fu impossibile passarlo. Misuro che questo brav’uomo per ben due volte avrebbe potuto trafficare la vita: la prima offrendomi in scambio per essere lasciato coi suoi, la seconda quando furono offerti compensi a chi denunciasse gente sospetta come me e che tentasse di passare le linee ( 9 giugno, giorno della liberazione)».
Alvaro ha dunque conosciuto molto bene e apprezzato la gente d’Abruzzo. Grande scrittore e ”reporter d’eccezione”, come l’ha definito Nino Borsellino. «I direttori dei maggiori quotidiani del tempo lo sapevano bene al punto da consentirgli di esercitare il mestiere di inviato speciale in Germania, Francia, Turchia, Russia senza tessera, senza il documento di appartenenza al regime».
Nel 1938 Alvaro era stato in Abruzzo e sulla Stampa di Torino scriveva: «Gli abruzzesi sono proverbialmente pratici, ma abituati alle cose ornate, serbano un certo ornamento nel loro modo di esprimersi; presso un abruzzese, anche di poca cultura, si può notare una cura particolare del linguaggio significativo, della parola più efficace ed esatta, e non importa se poi vien fuori una parola soltanto colorita. Lo stesso d’Annunzio fu, sotto la coloritura del suo linguaggio , un ricercatore di espressioni esatte , e anche troppo; insomma l’ultimo degli scrittori puristi».
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