D’Anolfi, il regista nato sul mare «Filone a scuola per vedere film»

Filmmaker raffinato, i suoi documentari presentati e apprezzati nei più prestigiosi festival del mondo «A Pescara sono il figlio della Paranza. Il cinema mi ha catturato adolescente, ma non filmo la realtà»
È partito letteralmente dalla spiaggia di Pescara il lungo viaggio nella vita e nel cinema più raffinato e sapiente intrapreso dal regista e sceneggiatore Massimo D’Anolfi, «il figlio della Paranza», come racconta divertito di essere identificato – «risalendo una sorta di albero genealogico all’abruzzese» – nella città dove è nato nel 1974 da Raffaele D’Anolfi, pioniere dei balneatori pescaresi che negli anni Sessanta prese in gestione un casotto sul mare che fronteggiava Borgo Marino Nord, lo battezzò con il nome (abruzzesissimo) della barca per la pesca a strascico e ne fece uno dei primi stabilimenti con biliardino e jukebox, meta di giovani e famiglie per generazioni, La Paranza appunto.
E da mamma Donata, cuoca eccellente, venuta in sposa nel capoluogo adriatico da una solida famiglia legata alla terra di Villa Rogatti, frazione di Ortona dalle parti della De Cecco.
Ultimo di cinque figli, Massimo cresce in un “clan” che comprende un considerevole numero di zii e cugini legatissimi, epigoni di quell’Angelo D’Anolfi dal soprannome illuminante, Molotov, antifascista senza peli sulla lingua e dunque spesso arrestato durante il Regime, tanto che negli anni Settanta arrivò per lui il riconoscimento dell’Associazione Prigionieri Politici.
Insomma niente cinema nel Dna – anche se da ragazzino giocava a calcio nell’Atletico Porto nel ruolo di regista – ma scorpacciate di immagini sin da bimbetto sì. Basi, forse, per una carriera importante che negli ultimi 10 anni lo vede girare insieme alla filmmaker Martina Parenti, compagna nel lavoro e nella vita, docufilm apprezzati nei più prestigiosi festival cinematografici del mondo, ultimo la 73ª Mostra del cinema di Venezia, nel 2016: selezionato in concorso al Lido il poetico “Spira mirabilis”, 5 storie per raccontare uno dei concetti più astratti e di difficile definizione: l’immortalità.
Un film che, nella definizione degli stessi registi, racconta «il meglio degli uomini» attraverso 5 elementi: l’acqua – uno scienziato giapponese che studia una medusa capace di rigenerarsi fino a 12 volte –, la terra – le statue del Duomo di Milano sottoposte a una continua rigenerazione dovuta all’erosione del tempo – l’aria – gli strumenti in metallo creati da due musicisti-inventori capaci di sonorità che possono curare, lenire, salvare; il fuoco della comunità di nativi americani Lakota che lotta per la sopravvivenza, l’etere impersonificato dall’attrice di Ferreri, Godard e Welles, Marina Vlady, che legge L’Immortale di Borges.
Quando si è innamorato del cinema?
Nell’adolescenza. Anche se al Sant’Andrea a 7 anni vidi un film con Nino D’Angelo che mi piacque molto. Frequentavo il primo anno delle superiori al Manthonè quando ho cominciato a vedere film, ma proprio tanti, con Fuori orario di Ghezzi e alla videoteca che si chiamava proprio Fuori orario. Tarkovskij e Godard mi “fulminarono”. E poi grazie alle retrospettive dei Premi Flaiano. Da studente dell’Itgc frequentavo l’università da clandestino, seguii il corso di Storia del cinema con Giorgio De Vincentis e Anita Trivelli. A fine anno il professore mi chiese perché non facessi l’esame e dovetti dire la verità. E lui allora mi regalò l’accredito per la Mostra di Venezia. Una scorpacciata di film: non dormivo mai, sempre in sala.
Cosa l’attraeva del cinema?
Il cinema era un linguaggio che mi piaceva leggere. Non a caso prediligevo Tarkovskij, Godard, Billy Wilder, Pasolini, il cinema sovietico con Eisenstein, i grandi autori dagli anni Venti agli anni Settanta, i cineasti americani, Ernst Lubitsch... Vedevo anche 5 film al giorno. Sia da solo che con amici più grandi di me come Giampiero, Giuseppe, Gianluca, Fulvia e Laura...
Quando ha poi pensato di fare film, oltre che divorarne?
Mi iscrissi all’universita a Napoli, l’ Orientale, studiavo il cinese, ma per prima cosa presi a frequentare un corso di Storia del cinema con annesso laboratorio e una enorme videoteca creata da Argentieri, grande critico e docente. La mia giornata cominciava alle 7 con lezioni sulla civiltà dell’estremo Oriente, e poi film a iosa. Avevo comprato una telecamera a Pescara e filmavo, filmavo. Ho scoperto che il laboratorio aveva una centralina di montaggio pressoché inutilizzata che presi a usare. E c’era il Dam (Diego Armando Maradona ndr) occupato a Montesanto, quartiere storico, e tra le tante attività all’interno il Cinedam: con Pietro Marcello e Luca Rossomando eravamo lì dalle 11 a notte fonda: per noi era un modo per vedere film da proporre poi in rassegne. Grazie al professore di Storia delle religioni potei montare il mio primo corto, documentario ibrido, “I fantasmi d’oro”, da un verso di Dino Campana, girato a Napoli: il passaggio dalla notte al giorno quando la città era (quasi) deserta e silenziosa.
Che piacque a Goffredo Fofi...
Ero stanco dell’università, prendevo buoni voti ma non mi interessava più. Stavo per andare in Cina per approfondire la lingua e fare un corso di cinema lì quando Fofi fece vedere “I fantasmi d’oro” a Roberta Torre. E lei mi chiese se volevo aiutarla nel suo nuovo film dopo il successo di Tano da morire, e sono stato assistente per Sud Side Stori, nel 2000, poi con lei ho scritto la sceneggiatura di “Angela”, presentato a Cannes nel 2001.
Era il 1997 quando si è trasferito a Palermo fino al 2000, che anni sono stati?
Intensi, il primo confronto con la vera macchina del cinema vera, lontano da Roma , senza attori professionisti, e con Roberta, uno spirito libero. Un grande lavoro di ricerca, sociale, antropologica, in una città ricca di contrasti, periferie socialmente svantaggiate, mondi nuovi e complessi. Il lavoro con Roberta Torre era complesso, “contaminato”, non facevamo documentari intervista, ma di forte impatto visivo.
Perché la predilezione per i documentari?
Il documentario non è ripresa della realtà, non è la cronaca e nemmeno proprio la realtà, perché quando c’è la telecamera c’è già un’ alterazione del reale, c’è visione, interpretazione, si tratta di film. Un genere: c’è l’horror, la commedia... e il documentario. La differenza è che non ci sono attori, ma persone non pagate per recitare che danno fiducia a te che filmi, fanno dono di sé al regista, che ha una estrema responsabilità.
Nel 2003 si torna a Pescara, per “Appunti per un film su Massimo Ballone”, rapinatore della famosa banda Battestini.
Sì, fu presentato al Festival di Torino. Se ne voleva fare un film fiction, ma non è andata in porto per motivi economici, il filone Gomorra - Romanzi criminali è arrivato dopo. Ma a Pescara sono tornato spesso per lavoro. Nel 2006 Andrea e Sergio Cipolloni, fratelli, dirigenti della Fater avevano organizzato una mostra di foto di Iodice, Pietrucci, Gardin e altri grandi fotografi che mi aveva incuriosito Avevo un progetto sui primi lavori di Olmi. Non c’era il tax credit e loro sponsorizzarono il nostro progetto. Una trilogia con la Fater sponsor e molte riprese a Pescara: Promessi sposi, Grandi speranze e Castello, proiettati in tanti festival in America, Corea, Francia, Germania, Finlandia, Canada, Belgio, Polonia.
Nel 2006 anche l’incontro con Martina Parenti, a Torino
Incontro di anime sì, Lei con più tv e lavori individuali alle spalle. Abbiamo presto capito che oltre l’amore si poteva lavorare assieme. Io cercavo un’autarchia, volevo controllare gli “arnesi” del mestiere e inizialmente ci ha spinto verso il doc non solo una idea creativa, ma il tipo di cinema che il documentario consente, che controllavamo senza dietro grosse produzioni, per noi è importante. Nel 2007 fondiamo la piccola società Montmorency Film.
Continua ad andare al cinema?
Continua a piacermi andare al cinema, ho magari una predilezione per i festival, non amo il cinema come intrattenimento, può essere poesia, un saggio e altre cose. Ci sono grandi film non in sala.
Insomma la realtà continua a essere punto di partenza da spettatore come da regista.
Non per il valore in sé, ma come stimolo. Delle persone ci interessa l’emozione, il film per entrare in profondità nelle situazioni. Non credo nei film dogmatici, ogni film è un viaggio, non deve dimostrare qualcosa, ma scoprire. Credo che i film siano negli occhi di chi li guarda, siano una triangolazione tra chi lo fa, chi lo vede e chi partecipa, attori o no. Se c’e movimento vivo, contaminazione, funziona. Il film non è consolatorio per noi, poi ognuno fa quel che vuole e ci sono tante zone inesplorate, possibilità di racconto e percezione ancora ampie.
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