Damon l’umile: «Devo imparare»

L’attore a Cannes con “Stillwater”: «Rifiutai Avatar e il 10% degli incassi»
CANNES. Matt Damon o della serie «ho vinto un Oscar, ho avuto 4 nomination, decine di premi, ho girato con Scorsese, Soderbergh, Spielberg, Gus Van Sant, Clooney e chi più ne ha più ne metta, ma resto umile». E non è falsa modestia e non c’è un velo di ironia. Questo attore versatile, talentuoso, intelligente, medio che non vuol dire mediocre, ha un curriculum hollywoodiano da fare spavento ma dopo quasi un’ora e mezzo di Rendez Vous ieri al Festival di Cannes, sembra di aver ascoltato lo studente della scuola di cinema californiana e pure con meno arie.
«Non mi sento arrivato, questo è un mestiere, più lo fai e più impari», dice Damon, 50 anni, di Boston, tre figli. Confessa di «non aver perso la passione degli inizi. E del lavoro mi piace tutto». Oltre alla recitazione sin dall’inizio della carriera ha scritto e proprio con la sceneggiatura di “Genio Ribelle”, scritta con l’amico del cuore Ben Affleck e interpretata da loro con Robin Williams per la regia di Gus Van Sant, ha avuto successo vincendo l’Oscar. Era il 1997. «Io e Ben vivevamo nello stesso appartamento microscopico, ci alternavamo a dormire sul divano. Quando vincemmo l’Oscar finimmo sulla copertina di Variety e con il giornale in mano andammo in giro per avere in affitto una casa più grande indicando “siamo noi questi qua”, arrivarono soldi, fama, casa grande e nuovi progetti». Arrivarono Salvate il soldato Ryan, Il talento di Mr. Ripley, Ocean's Eleven (giusto tre titolini...). Quanto a soldi inedito è il caso Avatar. «Stavo partecipando alla post produzione del nuovo capitolo di The Bourne (Ultimatum, il ritorno dello sciacallo), quando mi chiamò James Cameron che stava montando Avatar, “vuoi far parte del film? Ti potrei dare il 10% degli incassi”. Dissi no», tutta la sala di Cannes esplode a ridere, «voi conoscete un altro attore che ha mai potuto rifiutare così tanti soldi?» (Avatar è il più grande incasso di tutti i tempi, 2,8 miliardi di dollari ad oggi). In “Stillwater” portato Cannes fuori concorso interpreta un uomo dell’Oklahoma, uno che voterebbe Trump se non avesse una condanna penale a impedirglielo: tutti i suoi sforzi sono per riconquistare la fiducia della figlia e riportarla a casa, detenuta come è a Marsiglia accusata di aver ucciso una compagna di Università.
«Ho messo sullo schermo i peggiori incubi che ho, ossia di essere un padre inadeguato». Ieri sera al termine della proiezione tra i 5 minuti di applausi ha trattenuto a stento le lacrime. «Mi sono emozionato, è stato anche lo choc della sala, ma anche perché dopo tanti anni in queste occasioni pubbliche mi sembra di vivere la vita di un altro», racconta. E la popolarità, i fan che ti inseguono sono qualcosa che lo mette a disagio: «Quando per Ocean's Eleven eravamo a Monaco io, Brad (Pitt), George (Clooney) ci furono momenti di pura follia, Brad era assalito, non poteva fare nulla. È difficile mantenere la bussola, io sono fortunato in questo». Fortunato anche nell’ aver mantenuto i legami dei primi anni, «una famiglia cinematografica» dove oltre a Ben Affleck ci sono appunto DiCaprio, Clooney, Pitt. Le sue interpretazioni sono versatili, Damon si mimetizza: «Ci sono trasformazioni fisiche fondamentali, ogni volta studiate, approfondite e poi c’è l'intimo, il dover pescare tra le tue emozioni ed essere capace di comunicarle riuscendo ad essere più reale e autentico possibile. L'essere diventato padre mi ha permesso di migliorare ancora, riuscendo a toccare le corde della fragilità». Matt Damon è anche produttore, è stato tra i primi ad applicare la clausola dell'inclusione, «È importante riuscire a spezzare gli automatismi, se cerchi un dottore non devi prendere un bianco in automatico. Il cinema deve rispettare la diversità e la complessità di quello che viviamo e se possibile diventare strumento di cambiamento».

