Danilo Di Luca, bestia da vittoria: "Senza doping non si vince"

25 Aprile 2016

In vendita dal 26 aprile, per i tipi della Edizioni Piemme, l'autobiografia del ciclista abruzzese che racconta tutta la verità sui sedici anni di professionismo, dal rapporto con Santuccione alla consapevolezza che "tutti sanno la verità, ma la verità è inaccettabile"

Si intitola "Bestie da Vittoria" il libro scritto da Danilo Di Luca, ciclista professionista di Spoltore (Pescara), che sarà in vendita da martedì 26 aprile in tutte le librerie (Edizioni Piemme, 288 pagine, 17,50 euro). Un'autobiografia lucida e cruda in cui racconta il suo viaggio nell'inferno del doping. Per 16 anni. Si parte dalla fine, il 27 maggio 2013, a casa dopo la positività al Giro: "Scopro che hanno modificato il sistema di rilevare la presenza di Epo nel sangue fino a 24 ore dopo l'assunzione. Io l'avevo fatta alle 11 di sera. Con 500 unità, i tempi di rintracciabilità sono dalle 3 alle 6 ore, ero tranquillo, sarei risultato pulito anche se fossero venuti al mattino. Ma i miei calcoli non sono serviti a niente...". E poi: "Il ciclismo di oggi non è più lo sport che ho amato. Sono stanco della solitudine, della menzogna di nascondermi. Nel ciclismo tutti sanno la verità, ma la verità è inaccettabile. Quando i direttori sportivi dicono "non so niente", mentono. L'ambiente non ti obbliga a doparti, ti sollecita, il campione crea un indotto che dà da mangiare a un sacco di famiglie". Non c'è rimorso, non c'è pentimento. Non ci sono accuse. Danilo non è un pentito. Ma Alessandro Spezialetti, l'amico di sempre, nel 2013 gli dice in faccia: "Danilo, puoi dire che è un mondo di merda se te ne vai tu, non se ti cacciano. Non hai nessuna credibilità".

Leggiamo ancora dal libro: "La gente non si rende conto che cos’è correre una tappa di 250 chilometri dopo venti giorni che sei in sella a una bici, la neve l’acqua il freddo il caldo la febbre la dissenteria il dolore la fatica. Quando sai che domani devi correre la stessa distanza e anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora, tutto quello che puoi ingerire lo ingerisci. Non siamo eroi, siamo dei pazzi scatenati, dei coglioni. Gente che sta in dialisi, che si è bruciata le palle, che è morta per ispessimento della parete cardiaca. Per un ciclista l’importante è vincere, non pensi mai che ti ritiri, che ti possono beccare, che ti puoi ammalare, che puoi farti male. Esiste solo la vittoria". E ancora: "La squadra e gli sponsor hanno bisogno del campione". "I velocisti prendono la nitroglicerina in pastiglie per fare delle sfiammate supersoniche negli ultimi tre chilometri. La sciolgono sotto la lingua prima della volata. Tornano nuovi". E infine, in merito al suo rapporto paterno con il suo medico sportivo Carlo Santuccione da Cepagatti: "Soltanto uno stupido può pensare che basti l'epo per diventare un campione".

Un libro-confessione di quelli che non t'aspetti. Raccontati con distacco e con il cuore insieme. Forse con un po' di rabbia. Ora Danilo Di Luca fa il costruttore di biciclette. Suo figlio non farà mai il ciclista professionista.