E’ morto Gabriele Ferzetti

L’attore dell’Avventura originario di Atri aveva 90 anni
ROMA. È stato un giovane seduttore, un quarantenne problematico e dubbioso, un affascinante signore sulla scena e sullo schermo, uno uomo appartato e schietto, un raffinato osservatore dei tempi che cambiano e un attore sottile, dedito sempre alla sottrazione e al perfezionismo. È stato Gabriele Ferzetti e nel suo caso, per fortuna, nessuno ha mai potuto mettere in campo paragoni. Era semplicemente Ferzetti, l'interprete a cui il nostro teatro e il nostro cinema migliore devono molto. Nato a Roma il 17 marzo 1925, di buona famiglia originaria di Atri, ed educazione impeccabile, ben presto divorata dalla passione per la recitazione. Frequenta l'accademia d'arte drammatica Silvio d'Amico e già brucia le tappe, approdando al mondo del cinema che ha appena 17 anni: nel 1942, attor giovane a fianco di Dorsi Duranti ne «La contessa di Castiglione» di Flavio Calzavara. A guerra finita si costruisce con maniacale professionalità una spina dorsale da uomo di teatro e Luchino Visconti lo sceglie, nel 1948, per lo scespiriano «Come vi piace». Il suo primo ruolo da protagonista in teatro è del 1951 con Olga Villi in «Sogno ad occhi aperti» di Rice. Nel 1960, sullo schermo, un incontro folgorante con Michelangelo Antonioni che tra «Le amiche» e «L'avventura» ne fa l'emblema di una condizione maschile sospesa nell'incertezza, vero controcanto alla passione arrembante e un pò «machista» del maschio italiano ai tempi della rinascita economica. Gabriele Ferzetti è ben diverso: bello, elegante, sobrio, affascinante, sta però sempre un pò in disparte, non riempie lo schermo come Gassman o Sordi, ritaglia i suoi ruoli lavorando di cesello ed esprimendo la parte segreta dell'uomo contemporaneo. Lo capisce bene uno dei nostri registi più sensibili e sommessi come Antonio Pietrangeli in «Nata di marzo», ispira a Florestano Vancini uno dei suoi ruoli più belli in «La lunga notte del '43», gli darà gloria Elio Petri in «A ciascuno il suo». Nel frattempo la carriera di Gabriele Ferzetti corre a ritmi impossibili con una frequentazione ossessiva dei set (alla fine saranno più di 100 i suoi film) che si alterna con frequenza alla passione per il teatro e ad avventure oltre confine come nel bellissimo «Tre camere a Manhattan» di Marcel Carné (1965). Sarà Sergio Leone a dargli gloria assoluta disegnando con lui il memorabile affarista sofferente e cinico di «C'era una volta il West». Le sue incursioni nel cinema e nel teatro sono talmente tante e così varie (ha partecipato anche a un'avventura di 007, «Al servizio segreto di Sua Maestà») che perfino oggi riesce difficile darne conto. Nel 1990 aveva ricevuto a Pescara il Premio Flaiano.
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