Ecco i film sulla Croisette Aprono Cruz e Bardem

Tre registe, tanta Asia, un pizzico d'America, omosessualità, lotta sindacale e famiglia in tutte le salse. E due registi che daranno forfait per motivi politici: l'iraniano Jafar Panahi e il russo...
Tre registe, tanta Asia, un pizzico d'America, omosessualità, lotta sindacale e famiglia in tutte le salse. E due registi che daranno forfait per motivi politici: l'iraniano Jafar Panahi e il russo Kirill Serebrennikov. Questo il menù di minima della 71ª edizione del Festival di Cannes che prende il via domani per concludersi il 19 maggio).
Tutti pronti, smartphone in tasca e social account in pole position, per 12 giorni circa di cinema in tutti i suoi stati: da quello altamente spettacolare evocato da Solo: A Star Wars Story, lo spin off della saga lucasiana che ci mostra la giovinezza dello smargiasso del Millenium Falcon, a quello più rigorosamente autoriale incarnato in Jean-Luc Godard, che porta nientemeno che in concorso il suo attesissimo (dai cinefili duri e puri) Le livre d’image. L’apertura, intanto, è un magnifico gioco d’equilibrio tra le due linee d’intervento del festival: Todos lo saben è una grande coproduzione internazionale d’autore, girata in Spagna dal maestro iraniano Asghar Farhadi e interpretata da due star del calibro di Penèlope Cruz e Javier Bardem. Una storia di ritorni nei luoghi dell’infanzia tra eventi e sentimenti inattesi, che inaugura in concorso un festival che, dopo l’edizione discutibile e discussa del 70° anniversario, si presenta quest’anno agguerrito sia sul versante degli autori noti che su quello dei nomi nuovi.
Gli equilibri sono sparsi: l’Asia si propone combattiva, con il cinese Jia Zhang-ke (il malinconico tardo noir Les èternels), il sudcoreano Lee Chang-dong (Burning, ancora un inquieto e inquietante dramma morale) e i giapponesi Hirokazu Kore-eda (ancora tra infanzia e famiglia in Une affaire de famille) e l’emergente Ryusuke Hamaguchi (il dramma sentimentale con mistero Asako), l’America, sempre un po’ in affanno sulla Croisette, gioca in competizione due carte molto attese: Blackkklansman, con un poliziotto nero infiltrato ai vertici del Ku Klux Klan, su cui si punta molto non solo per la regia di Spike Lee ma anche perché è prodotto dalla coppia Jordan Peele e Jason Blum, artefici del successo a sorpresa di Get Out, e Under the Silver Lake, il nuovo film di David Robert Mitchell (di cui ricordiamo lo straordinario horror It Follows), che racconta il viaggio di un giovane in cerca di successo nelle ombre più oscure e surreali di Los Angeles.
Ancora in forse, invece, la chiusura, con The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam, in bilico sulle brighe legali sollevate dal produttore Paulo Branco e legate alla sua travagliata storia produttiva.
Tornerà, ma fuori concorso, il danese Lars Von Trier, che ha visto decadere lo status di persona non grata inflittogli da Gilles Jacob per una sua infelice battuta su Hitler ed ebrei: The House That Jack Built riprende nel titolo il suono di una celebre filastrocca inglese per bambini, ma è la storia di un efferato serial killer.
Dall’Iran sfida i problemi con le istituzioni e la censura Jafar Pannahi, che porta in competizione 3 Faces, dramma in cui una star iraniana e il regista stesso vanno in cerca di una ragazza che ha chiesto il loro aiuto in difesa dei soprusi subiti nell’autoritaria famiglia.
Dalla Polonia, invece, torna Pawel Pawlikowski, già autore di Ida, sulla Croisette con Cold War, dramma sentimentale ambientato tra Varsavia e Parigi all’epoca della guerra fredda. La Francia gioca in casa carte nuove e prestigiose, affidandosi a Stèphane Brizè con En guerre, dramma su lavoro e licenziamenti un po’ sulla linea di La legge del mercato, Christophe Honorè con il dramma d’amore gay Plaire, aimer et courrir vite e Yann Gonzalez con il dramma d’amore lesbo (con mistero) Un couteau dans le coeur. Fuori dalla competizione ci sono poi anche il maestro del documentario cinese Wang Bing con le fluviali 8 ore di Dead Souls girate tra i sopravvissuti dei campi di prigionia del deserto del Gobi degli anni ’60, e Kevin McDonald con Whitney dedicato all’astro cinemusicale della Huston, oltre all’attesissimo Papa Francesco: un uomo di parola« con Wim Wenders a confronto con il pontefice per un film documento che sarà di sicuro uno degli eventi mediatici del festival.
L’Italia, infine e naturalmente: le occasioni per srotolare il tricolore non mancheranno . In concorso ci giochiamo due assi: il Dogman di Matteo Garrone, di cui già si dice un gran bene, dramma che ricostruisce un atroce e noto (per l’ efferatezza) fatto di cronaca romana degli anni ’80 (il caso del Canaro della Magliana) . E Lazzaro felice, il nuovo lavoro di Alice Rohrwacher, fiaba sospesa sul tempo eterno della provincia e su quello assillante della metropoli. Sua sorella Alba sarà ugualmente a Cannes, ma dall’altra parte della Croisette, quella della Quinzaine des Realisateurs, come protagonista del film di chiusura della sezione indipendente, Troppa Grazia di Gianni Zanasi, storia di miracoli e edilizia, visioni mistiche e impegno sociale. Porta invece la firma di Valeria Golino la nostra presenza nel concorso parallelo del Certain Regard: la sua opera seconda, Euforia, è la storia del nuovo incontro tra due fratelli a lungo separati, interpretati da Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea.
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