Ecco l’Abruzzo, vive di feste

Dal saggio di Maria Concetta Nicolai il capitolo sulle Glorie di San Martino a Scanno
di MARIA C. NICOLAI
La festa di San Martino, dappertutto, è caratterizzata da momenti di spensieratezza e divertimento, né l’Abruzzo si sottrae alla regola. Rumorose compagnie di questua, composte da ragazze e bambini, la sera della vigilia girano di casa in casa reggendo un’enorme zucca svuotata e trasformata in lume; allegre brigate improvvisano serenate scherzose all’indirizzo dei mariti infelici e affiatate comitive di amici, con la scusa del vino novello e delle brumose serate, si ritrovano in pantagruelici convivi, intorno a montagne di salsicce rosolate, prelibati spiedi di rara cacciagione, sontuose porchette. Qualcuno riconosce nella consuetudine i resti del Capodanno celtico che la dominazione longobarda diffuse in vaste zone centro-settentrionali, insieme ad altre forme di religiosità, compreso il culto per il Santo guerriero della Pannonia, che concludeva il ciclo dei festeggiamenti per il nuovo anno agrario, aperto con la ricorrenza di Ognissanti. Ma a Scanno la notte di San Martino acquista una suggestione diversa, forse perchè la tradizione rivela caratteri più ch e altrove arcaici e originali, o forse perchè la particolare dimensione architettonica e naturale in cui è immerso il centro conferisce all’evento un fascino misterioso e coinvolgente. Il paese, già dalle prime ore del pomeriggio, si anima di un andirivieni festoso, mentre c’è un correre di ragazzi ad ammassare legna, frasche, ogni materiale che prometta di ardere e far fumo a sufficienza sulle alture di Cardella, della Plaia e soprattutto dinnanzi alla grotta di San Martino in contrada Decontra.
Originariamente la festa si svolgeva solo in questa località in cui la leggenda narra presenze miracolose del Santo che si sarebbe rifugiato nelle cavità della montagna, ma da qualche anno i gruppi si dividono per rioni e improvvisano una competizione che raggiunge toni accesi di sfida. Intorno ai falò si vive un’atmosfera di grande allegria: si improvvisano canti, balli, abbondanti libagioni in un clima di collettiva spensieratezza, sempre tenendo presente l’impegno di raggiungere effetti più spettacolari o, per lo meno, di far ardere la propria “Gloria” meglio e più a lungo di quelle degli altri. Quanto sia antica la tradizione delle Glorie non è facile dirlo (...). Un’espressione rituale di grande spessore resta l’abitudine dei ragazzi di tingersi il viso con il nero della fuliggine prima di iniziare a ballare e cantare intorno al fuoco agitando grossi campanacci. La loro presenza riconduce alla evocazione di forze nascoste e oscure del mondo sotterraneo da cui dipendono la vitalità e la rinascita della vegetazione, in un momento di crisi e di incertezze quale è l’inizio dell’anno agrario e della produzione cereale che si apre con la semina. Del resto anche altri elementi concorrono a ritenere le “Glorie” un rituale vegetativo. La consegna del “Palancone” bruciato alla sposa novella di ogni rionee conseguente elargizione di donativi alimentari aderisce a certi rituali della fecondità presenti in tutte le espressioni del mondo agrario, e sullo stesso livello si colloca il “Dolce con la moneta”, una sorta di ciambellone ripieno riservato ai bambini (...). Quindi la sposa novella rappresenta, per una similitudine di condizione, la giovane “Grande Madre” sacrificata per il bene comune nelle oscurità del sottosuolo, dove ha assunto la funzione di padrona e dispensatrice delle ricchezze (...).
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