ERBARIO N. 22

29 Luglio 2023

Sono testimoni di un lontanissimo momento in cui, forse nel paradiso terrestre, l’uomo e la donna si cibavano dei frutti spontanei, senza sudore della fronte. Anche le more sono l’estate. Intricato l’...

Sono testimoni di un lontanissimo momento in cui, forse nel paradiso terrestre, l’uomo e la donna si cibavano dei frutti spontanei, senza sudore della fronte. Anche le more sono l’estate. Intricato l’arbusto, come una di quelle capigliature selvagge difficili da districare. Proprio come le rose: se vuoi coglierle devi pungerti. La pianta le distribuisce con una saggezza scontrosa, con una geometria subdola: l’unica raggiungibile è quella sulla punta di un ramo, bella rotonda e già matura, con quel colore che vira in pochi giorni dal rosso al viola scuro, quasi blu. Oscilla graziosamente, vorresti coglierla. Le altre rossastre o verdi aspettano che il calore del sole le riempia. D’inverno il rovo ha striature viola; mostra le spine, come ad avvertirci del pericolo. Ma in primavera, con le nuove foglie, assume una maschera di bonarietà. A metà estate le bacche non sono pronte: i delicati fiori rosa sul ramo offrono polline alle farfalle, alle api quando la luce impazzisce nel pieno mezzogiorno. Le more seguono le ciliegie, in una scia rossa: occhieggiano ancora insieme alle sfuggenti fragoline di bosco, nei sentieri estivi. Sono cocciuti i rovi, difficili da estirpare: spesso si intrecciano da un lato all’altro del sentiero e impediscono il passo. Ma che soddisfazione poi, tornare a casa con una manciata di more. Un bel bicchiere colmo di more mature e un cucchiaio di zucchero: la piccola leccornia di una estate contadina. Un romanzo di Ignazio Silone, nostro scrittore conterraneo, pubblicato nel 1952, si intitola proprio Una manciata di more: «Cos’hai mano?», gli domandò l’ingegnere. Solo in quel momento si era accorto che Martino teneva, appoggiata sul ginocchio, una mano piena di more.»
Allo scrittore John Steinbeck rubiamo questa bella, profonda considerazione: «Lasciamo sempre qualcosa in eredità, qualsiasi cosa facciamo e anche se non facciamo niente. Anche se abbandoni tutto, cresceranno le erbacce e i rovi.
Qualcosa cresce sempre».