Esce oggi “L’età fragile” e Di Pietrantonio lo presenta a Pescara

28 Novembre 2023

La scrittrice abruzzese premio Campiello ospite extra del Fla Del romanzo pubblichiamo in anteprima alcune pagine

Esce oggi in libreria per Einaudi “L’età fragile” , il nuovo atteso libro di Donatella Di Pietrantonio. Scrittura scabra, vibratile e profonda, capace di far sentire il peso di un’occhiata e il suono di una domanda senza risposta, la scrittrice abruzzese Premio Campiello 2017 con “L’Arminuta” tocca in questo romanzo una tensione tutta nuova. Nelle pagine scorre la storia di Amanda, del suo ritorno dalla metropoli a casa, in un paese vicino Pescara da cui era scappata di corsa. Il suo sguardo è spento, sembra che desideri soltanto scomparire. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno che appartiene alla sua famiglia e adesso fa gola agli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è successo un fatto terribile. A volte il tempo decide di tornare indietro. Donatella Di Pietrantonio ha scelto di presentare a Pescara (l’autrice vive e lavora a Penne) il suo nuovo lavoro oggi stesso, con una anteprima nazionale per il Fla. Il Festival di libri e altrecose ha chiuso da un paio di settimane una edizione da record (30mila spettatori totali) e rilancia con questo appuntamento extra atteso alle 21 all’auditorium Flaiano. Con l’autrice, che dopo il successo dell’Arminuta ha conquistato il secondo posto al Premio Strega con “Borgo sud” (Einaudi), dialogherà con Vincenzo D’Aquino, direttore del Fla. E per i lettori del suo Abruzzo Di Pietrantonio ha accettato di pubblicare con “il Centro” le pagine del nuovo romanzo che seguono.

di DONATELLA DI PIETRANTONIO
Il disordine che trovo al mattino mi ricorda che non sono piú sola. Amanda è tornata, mi guardo intorno e inciampo nelle sue tracce: sul bracciolo del divano il piatto con un pane smozzicato, e nel bicchiere un residuo di bevanda. La coperta è ammucchiata in un angolo, accanto al libro rovesciato sempre sulle stesse pagine. Negli ultimi tempi il sonno ha perso in leggerezza, non la sento muoversi in casa. Solo a volte quando mi giro su un fianco i suoi passi tardivi vibrano fino al pavimento della mia camera. Non so a che ora si sveglierà. Bevo il caffè, metto in tavola i biscotti e l’unica tazza rimasta della sua adolescenza.
Dalla finestra il sole ci cade sopra, illumina la mucca con un ciuffo d’erba in bocca. Lascio il bricco vuoto sul fornello, un segnale per dire: scaldati il latte. Potrà macchiarlo con il caffè rimasto nella moka oppure ignorare tutto. Potrà apprezzare il mio pensiero per lei o scocciarsi di essere trattata come una bambina. Non capisco i suoi turni di lavoro, se cosí posso chiamarlo, uscite e rientri a casa mi risultano imprevedibili. Ogni mia domanda in proposito la irrita. Cerco di incontrarla ai pasti. Mi accerto che in frigorifero ci sia qualcosa di nutriente, nel caso salti la colazione. I gusci perfetti delle uova mi rassicurano. È sempre magra, mia figlia. Tolgo scarpe e ciabatte dal tappeto, sparecchio il divano. Se arrivasse qualcuno, mi vergognerei di farglielo vedere cosí. È spento il telefono di Amanda sotto la coperta. Posso andare. Oggi sto dal nonno, le scrivo su un foglio. Lo appoggio vicino al vaso di tulipani gialli. Aggiungo un cuore per lei, che subito cancello.
* * *Mio padre abita a metà strada tra il paese e la montagna. Non è nei campi, questa mattina è seduto sulla pietra del camino, contrariato. In casa il tempo non gli passa, leggere una pagina di giornale lo affatica e la televisione è piena di chiacchiere. «Devi venire con me in un posto», dice. La giornata è cosí limpida che quasi ci ferisce. Non ha mai usato occhiali da sole, stringe le palpebre quando un raggio lo abbaglia. Di curva in curva saliamo con la sua vecchia Brava, mi scoppia un orecchio, poi l’altro, e sento piú forte il motore. Lui è intento alla guida, il suo profilo sussulta a ogni buca dell’asfalto, il naso sempre piú tagliente, le labbra ingoiate. A un certo punto si riscuote, mi chiede di Amanda. «Dormiva», gli dico, e restiamo in silenzio. Davanti a noi la montagna. Il verde nuovo si arrampica in quota, colora la faggeta secolare e quello che i pastori chiamano il nudo, dove gli alberi non crescono piú e si stende la prateria. Oltre la prateria è ancora inverno. Man mano la strada gli diventa piú famigliare, chissà quante volte se l’è fatta a piedi, ed era solo uno sterrato o un sentiero. Potrebbe guidare a occhi chiusi, adesso.Guarda fuori dal finestrino: è nato laggiú, nella fascia dei campi coltivati, e dopo venticinque anni sono nata anch’io. In questa valle è stato giovane, io solo bambina. Qui ha praticato la caccia e a volte il bracconaggio. È molto tempo che non veniamo in montagna insieme, non riesco a contarlo. Apre un po’ il vetro, respira a fondo. Dimentica l’enfisema e la stenosi aortica, le guance scavate si ravvivano. L’aria che ha lasciato qua gli è sempre mancata. Arriviamo alla sua meta, parcheggia sul ciglio della strada. Il casotto della Sceriffa è ancora in piedi, anche senza di lei. Ricordo quando mi sedevo tra gli escursionisti ai tavoli dello spiazzo, nel fumo degli arrosticini. O aiutavo a servire, se ce n’era bisogno. I faggi arrivano quasi a sfiorare il tetto con le foglie appena schiuse. «Questo pezzo di bosco è ancora nostro, tienilo a mente per dopo», dice mio padre e indica l’antica proprietà naturale della sua famiglia. Dopo è quando lui non ci sarà piú. Potrò presentare domanda alla Forestale e tagliare la legna per l’inverno, mi spiega. Sa che non lo farò, non ha mai trovato il fuoco acceso in casa mia. «Mi hai portata fin qui per lasciarmi il bosco?» scherzo. «Non è solo quello che vedi». Attraversa la strada e imbocca un vialetto invaso dall’erba. Seguo controvoglia il suo passo dolorante, so cosa c’è da quella parte. L’insegna del campeggio non me la ricordavo cosí, ha perso qualche lettera e la M si è appesa al contrario trasformandosi in W. Un tralcio di rovi si avvita al cancello chiuso da un lucchetto, non sapevo che lui avesse una chiave. Forza l’anta, supera l’attrito dei ferri contro il terreno ricresciuto, cammina verso le poche opere in muratura deteriorate dal disuso. Sotto una tettoia la fila dei lavandini per gli ospiti, alcuni vandalizzati, come le porte dei bagni divelte. Costeggiamo il lato lungo della piscina, lui sempre qualche passo avanti. Immondizia e rami spezzati sul fondo, un alberello ci cresce incerto, sbagliato. Piú avanti le piazzole delle tende non si distinguono piú, la vegetazione se l’è riprese. «Mi dici perché siamo venuti qua, chi ti ha dato la chiave?». «Volevo farti vedere come sta ridotto il posto». Alzo le spalle, l’ho visto e possiamo anche andarcene. A me non interessa il posto. «Pure qua diventa tuo, dopo», dice lui. Un segnale di allarme mi sale dallo stomaco alla gola, la chiude. « Non è possibile. Questo terreno tu lo avevi venduto». Ci ha provato per molto tempo, ma senza riuscirci, confessa. Rimango zitta per un po’, nel coro degli uccelli. A intervalli regolari l’assolo del cuculo. «Dopo il fatto non lo voleva nessuno, manco regalato», sembra quasi giustificarsi. «Nemmeno io lo voglio, è un posto che fa paura. Ho alzato la voce, l’eco rimanda le ultime sillabe. Sarà mio per forza, sono la sua unica erede. «Uno di questi giorni andiamo dal notaio per la donazione». Eccolo il potere che mio padre ancora esercita su di me, le decisioni già prese che non posso cambiare. «Io non l’accetterò, ho già i miei pensieri». Gli volto le spalle e mi avvio verso la macchina. Non sento piú i versi d’amore dal bosco. Tutta questa rinascita di aprile non mi riguarda.
* * *Milano, o niente. Cosí diceva del suo futuro, nell’ultimo anno di scuola. Niente era il paese, restare. Milano la città dove la vita le sarebbe accaduta davvero. Si è preparata tutta l’estate, la trovavo sul letto nella controra, una matita infilzata nei capelli raccolti e un’altra a segnare crocette sui test. Usciva poco e svogliata: chi le scriveva messaggi o la chiamava era già il passato, per lei. Le mie proposte nemmeno le ascoltava: Roma troppo vicina, Bologna provinciale. «E i tuoi compagni perché ci vanno?» « Loro non hanno coraggio, si fermano a distanza di sicurezza». In un centro commerciale abbiamo scelto una valigia grande e una piccola. Le ha volute robuste, anche se sarebbe tornata solo a Natale e Pasqua, mi ha detto. « Verrai tu qualche volta a trovarmi, ti farà bene», ha risposto alle silenziose obiezioni del mio sguardo. A fine agosto il padre l’ha accompagnata alla Statale per la prova d’ammissione. Amanda mi ha chiamata prima di entrare. Nella voce l’impasto di paura e grinta che le conoscevo. È tornata con le luci della città negli occhi. « Sembra di essere in Europa», ha detto. Si erano fermati a cena sui Navigli. Era stato una specie di giro turistico, ho capito dal poco racconto. La trovavo raggiante, dopo due giorni passati con suo padre.
«La vera cotoletta non è quella che cucini tu», e mi ha messo una mano pietosa sulla spalla. Quando gli ha detto di essere stata ammessa, il nonno le ha aperto un conto in banca di mille euro. «Ogni volta che prendo la pensione ce ne metto sopra cinquanta o cento», le ha detto. Gli pareva impossibile che lei potesse prelevare da cosí lontano. E misterioso ciò che avrebbe studiato: Scienze internazionali e istituzioni europee. Però l’aveva sentita commentare il telegiornale, con quella rivolta nella voce. Mio padre era orgoglioso della sua unica nipote, centoventesima su piú di duemila. All’inizio ci aveva messo un po’ ad accettare i colori di quella neonata, i capelli quasi rosa che non appartenevano alla nostra famiglia. Sono stata fiera anch’io del suo punteggio al test d’ingresso. Avevo tenuto segreta a me stessa una mezza speranza che non lo superasse. Una piccola serpe nascosta in una tana profonda voleva ancora tenerla con sé. Le ho comprato lenzuola e asciugamani nuovi, pigiami, tutto il necessario a cui le ragazze non pensano. In pochi giorni le ho insegnato a caricare la lavatrice, a stendere i capi scuri all’aria. Avrebbe scoperto un po’ di mondo, ciò che a me non era stato possibile. L’ho accompagnata in treno, le valigie pesavano. «Almeno le lenzuola potevamo comprarle a Milano, no?» ha detto. Ma erano leggere, in confronto ai barattoli con i sughi pronti. Bastavano per mesi, avevo cucinato a lunga scadenza per lei. Solo con quell’esercizio mi ero convinta che poteva sopravvivere senza di me. L’ascensore era rotto. Abbiamo sudato insieme su per la scalinata un po’ tetra del palazzo. La ragazza che ha aperto ha squadrato Amanda e le ha indicato la camera. «Dopo vieni di là a firmare il contratto» ha detto. Le altre non si sono viste. Nella stanza un mobilio scadente, la lanetta accumulata negli angoli. Amanda non sembrava badarci. Mi ha tenuta poco, il tempo di aiutarla a sistemare qualcosa nell’armadio. « Vado in bagno», prima di chiamare un taxi e lasciarla. Ero seduta sulla tazza, a terra la ceramica cosí sudicia. Ma non era proprio lo sporco, solo troppo vecchie le piastrelle. Nella vasca la tenda di plastica con gli elefantini, i turni di pulizia affissi alla porta. Un punto interrogativo aspettava di essere sostituito da Amanda. Il Taxiblu mi avrebbe riportata alla stazione. L’ho stretta forte. «Chiama quando arrivi» ha detto Amanda, sciogliendosi. Era la prima volta che lo chiedeva lei a me.