EUGENIO FINARDI: «IL MIO CONCERTO? UN VIAGGIO IN NOTE»

27 Agosto 2022

Il cantautore stasera a Pineto con Euphonia Suite con il sax di Raffaele Casarano e il piano di Mirko Signorile

«Un concerto ogni volta diverso, un viaggio collettivo nelle speranze e nelle idee per vivere insieme un’emozione, pensare». Eugenio Finardi, nome storico della canzone d’autore e molto altro da metà anni Settanta in poi, spiega lo spirito del concerto Euphonia Suite che stasera porterà a Pineto (Parco della Pace, 21.30) in trio col sassofonista Raffaele Casarano e il pianista Mirko Signorile, per l'Abbazie Jazz Festival dell’associazione Luzmek, direzione artistica Carlo Michini.
Il concerto che il 70enne musicista milanese sta portando in tutta Italia prende nome dal disco Euphonia, che uscirà a settembre. Album e performance, con le canzoni legate in un continuum, che “suonano bene”, suggerisce il grecismo del titolo (da “eu”, bene, e “phoné”, voce). Un titolo che ben si adatta a un artista di nome Eugenio, da eugenes, “ben nato”, “di nobile stirpe”.
«Anche per chi ha visto altri miei concerti, Euphonia è da vivere come una cosa esperienziale» spiega Finardi, raggiunto telefonicamente a Milano. «Durante il lockdown mi sono interessato al mondo della videoarte, alle installazioni, dove più che l’estetica conta l’esperienza. Euphonia è un esperimento che si focalizza su un sentimento, per iniziare un viaggio insieme e magari andarsene a fine concerto diversi da come si era arrivati».
Quali i contenuti del concerto?
Ci sono alcune tra le mie canzoni più conosciute, non voglio dirle quali per non rovinare la sorpresa, ma affrontate in una dimensione diversa, tra improvvisazione e ricerca. Ci sono anche pezzi di Battiato, Fossati, una citazione da Ray Charles. È un concerto sempre sul filo, in equilibrio, non è mai lo stesso, segue un canovaccio ma ogni sera è determinato dall’atmosfera, dalle reazioni del pubblico, dalle nostre improvvisazioni.
Perché una Suite?
In un momento in cui le canzoni si accorciano sempre più, durano due minuti, ho pensato di fare una canzone lunga 70 minuti, per riprenderci lo spazio del pensiero, per vivere pienamente le emozioni e condividerle insieme agli altri. Il concerto ovviamente è più lungo del disco, dal vivo le cose cambiano, i tempi si dilatano.
Ha avuto l’ispirazione per il disco Euphonia durante il lockdown?
In realtà nasce prima, da un concerto tenuto con Casarano e Signorile, coi quali collaboro da dieci anni. Il lockdown ha dato la spinta ulteriore. C’era il grande silenzio, in cui le parole perdono senso. Allora ho pensato di scrivere una lunga canzone, che contenesse come strofe altre canzoni più corte.
Lei si afferma a metà anni Settanta come cantautore rock, con La radio e Musica ribelle. Ha sperimentato tanti generi, ma è il rock l’amore più grande o no?
Ah beh, il rock è la musica con cui sono cresciuto, sono nato invece dentro la musica lirica grazie a mia madre, ma poi ho scoperto la musica nera ascoltando Harry Belafonte. Il blues è l’amore della mia vita e il blues è il papà del rock. Cantarlo e suonarlo è stato il primo amore. A un certo punto, poi, scrivere e cantare in italiano è stato un po’ un mestiere acquisito, sentivo l’esigenza di dover essere utile al Movimento degli anni Settanta.
Lei è stato testimone e protagonista di eventi della controcultura degli anni Settanta, come il Festival del proletariato giovanile della rivista Re Nudo. Quella tensione e creatività oggi la sente più nei giovani?
No, ci sono pochi giovani militanti. Per militare bisogna sperare, e noi ai giovani abbiamo rubato la speranza. Abbiamo giovani conservatori più che giovani rivoluzionari, mentre il mondo sta invece irrimediabilmente cambiando, anche a livello climatico. Guerra, siccità, il futuro sta svanendo per questi ragazzi, l’unica sicurezza sul futuro è che sarà peggiore dell’oggi. E questo non crea rivoluzionari ma escapisti. Si pensa: se deve arrivare la fine del mondo allora arriviamoci ballando.
Accennava a sua madre Eloise, cantante lirica statunitense. Lei ha vissuto e studiato tra Boston e Bergamo, città di suo padre Enzo. Quanto è stato importante essere figlio di due culture?
Molto importante, è stato il punto saliente della mia vita. Ma ha segnato più una doppia assenza che una doppia appartenenza, facendomi sentire diverso, “in direzione ostinata e contraria” per dirla con Fabrizio De André. Pensare in due lingue, avere due mappe mentali del mondo fa capire quanto non esista un’unica verità, ma ci sia anche l’altro, l’alternativa, l’altra visione. È stato un privilegio, ma anche una condanna perché ha eliminato il senso di appartenenza, uno dei fondamenti dell’esistenza.