Fassari: «Che amarezza la vita Non ci resta che ridere»

24 Marzo 2019

L’attore riparte dai Cesaroni con lo spettacolo in scena a Francavilla il 29 marzo «Quando non ci sono più parole resta il dispiacere di non poter aggiungere altro»

Il titolo dello spettacolo riprende l’espressione usata dal suo personaggio, Cesare Cesaroni, nella fiction che racconta le vicende della famiglia allargata più amata d’Italia, «quando non ci sono più parole e rimane il dispiacere di non poter aggiungere altro». Dopo aver interpretato con successo Mastro Titta nella commedia musicale “Rugantino” al Sistina di Roma, Antonello Fassari torna in Abruzzo con “Che amarezza”. L’one man show è in programma il 29 marzo alle 21 al Teatro Sirena di Francavilla, per la rassegna diretta da Davide Cavuti (biglietti su circuito CiaoTickets; spettacolo prodotto dalla Stefano Francioni Produzioni, diretto e interpretato da Antonello Fassari con testi di Fassari e di Gianni Corsi). L’amarezza fa parte delle vite di tutti noi; l’unico rimedio è riderci su.
“Che amarezza”, come l’espressione usata da Cesare, il suo personaggio nella fiction “I Cesaroni”?
Cesare ha rilanciato questa espressione antica. Ha avuto un gran successo, tanto che all’epoca negli uffici c’erano impiegati che la esponevano dietro la scrivania. È un tormentone un po’ particolare, un concetto quasi filosofico. Parto da questo per fare i conti con il personaggio di Cesare. Ci sono dei personaggi che a volte possono cannibalizzare l’attore che li interpreta: pensiamo a Zingaretti con Montalbano, a Michele Placido con il commissario Cattani. Si diventa felicemente prigionieri di questi personaggi. Attraverso un discorso legato alla maschera teatrale, entro nell’argomento. Poi, siccome quello dell’amarezza è un concetto addirittura mitologico, comincio a parlare dell’uomo che contiene in sé l’amarezza universale, che ho individuato in Sisifo. Proseguo con un excursus dalle radici, da Eduardo De Filippo, fino ad arrivare agli anni Settanta. Parlo anche di algoritmo: se ne discute tanto ma in pochi sanno esattamente cos’è e come ci condiziona. La maschera di Cesare è un punto di partenza, è un pretesto, di autobiografico c’è poco. Quella dell’amarezza è una condizione umana che riguarda un po’ tutti.
Lei ha alle spalle una lunga carriera artistica. Com’è stato passare dall’interpretazione di un personaggio all’one man show?
Avendo fatto veramente tutto nella mia carriera, volevo provare anche l’one man show. È un tipo di comunicazione molto differente da quella teatrale classica. Ho avuto all’inizio un po’ di difficoltà, poi credo di aver capito come affrontare la serata da un punto di vista attoriale. Il testo dello spettacolo si è evoluto, l’ho cambiato, è diventato più completo. È work in progress: studio un pezzo, la sera lo provo e se funziona lo tengo. Questo è molto stimolante e divertente per l’attore. Non sempre il pubblico ha reazioni precise e puntuali. A volte iniziano a ridere ancora prima che pronunci le battute, ma mi è capitato anche un pubblico che è stato in silenzio dall’inizio alla fine, nemmeno mezza risata, non sapevo più che fare, poi è stato un trionfo; anche questo è stimolante.
Quanto c’è di Antonello nel personaggio di Cesare Cesaroni e viceversa?
Se vado a fare un’analisi del personaggio, non c’è niente che sia più lontano da me: la sua tirchieria, la possessività, la sua gelosia. Ci siamo incontrati nella romanità. Io ho sempre cercato una romanità non macchiettistica. Cesare è un tipo di romano molto più rappresentativo della romanità rispetto ai coatti, per esempio. Parliamo della romanità più semplice, più urbana, popolare, all’interno di situazioni spesso ridicole, perché sennò non si fa commedia.
Cosa pensa della comicità oggi?
In questo sono molto antico. Per me c’è una sola comicità: quella che fa ridere. Se non fa ridere non è comicità, sono chiacchiere. Oggi c’è la tendenza alla chiacchiera, all’affabulazione. Eduardo diceva che gli attori si dividono in cinque categorie: parolai, battutari, facce toste, attori e artisti. I parolai, i battutari e le facce toste oggi hanno conquistato la fetta più grande del mercato. Oggi anche lo spettacolo è molto usa e getta. La prevalenza è data da persone che provengono dal cabaret. Alcuni sono bravissimi, ma a volte mi sembra di vedere il più simpatico del liceo piuttosto che un attore formato.
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