Filastrocche della Nera Luce al TeatroZeta

Morgese in scena, musiche dal vivo di Bosso e Mazzariello: Cronache dalla Shoah in streaming dall’Aquila e poi su Fb
L’AQUILA. “Cronache dalla Shoah – Filastrocche della Nera Luce” è uno spettacolo importante «per non dimenticare», come recita il sottotitolo che accompagna la dicitura della Giornata della Memoria, ovvero il 27 gennaio, giorno in cui nel 1945 le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
Il durissimo monologo di Giuseppe Manfridi portato in scena dalla Compagnia TeatroZeta dell’Aquila in coproduzione con il Teatro Nazionale della Toscana, con Manuele Morgese in scena e le musiche eseguite dal vivo da Fabrizio Bosso (tromba) e Julian Oliver Mazzariello (pianoforte), per la regia di Livio Galassi con Morgese, è stato ospite a Cracovia nel 2019 e a Parigi nel 2020 per la Giornata della Memoria e ora, a teatri chiusi, viene proposto con una versione speciale in streaming oggi dal Cinema Teatro Zeta di Monticchio: una prova aperta con l'attore protagonista Manuele Morgese che svelerà alcuni retroscena del lavoro artistico (in Zoom nella stanza Shoah alle ore 18) e poi il 27 dall’auditorium Zotti di San Vito al Tagliamento (Pordenone). Con Morgese, Bosso e Mazzariello il video sarà trasmesso sulla pagina Facebook dell'Ert Ente teatrale regionale Friuli Venezia Giulia e per assistere a basterà collegarsi alla pagina Facebook del TeatroZeta.
Si legge nelle note di regia: «Tutto è stato detto, e tutto resta ancora da dire: esaurite le più atroci parole a descrivere l’orrore del più abominevole crimine che la storia ricordi, non esistono parole per comprenderne il recondito perché. Basta il cupo odio che intatto ha attraversato i secoli fino a noi, fomentato da una religione che si è impossessata del dio di Israele perseguitando chi non si piegava alle sue manomissioni e voleva conservare integre le proprie credenze, i propri miti, la propria appartenenza, la propria – pericolosa – “diversità”?» Forse un fondo di nera frustrazione ha irritato e «ingelosito il confronto con un popolo che sempre si è rialzato dai reiterati soprusi, aggrappandosi fiero alla sua antica e mai rinnegata cultura. Mi chiedo, e vi chiedo – e lo chiedo soprattutto alla gretta imbecillità degli antisemiti: se togliamo alla storia del mondo gli ebrei Mosheh, Abhrahm, Yehoshua ben Yosef, Marx, Freud, Einstein… che ne sarebbe? E come spiegare, come giustificare il complice silenzio di tutti quelli che sapevano, che intuivano, e che potevano incidere con il loro potere?».
Come uscirne allora, si chiede il regista, «senza scrivere di fatti e di giudizi che poco o nulla aggiungono al già scritto, al già detto, al risaputo?La luce della poesia è stata il faro che ha illuminato l'approdo. Una luce nera è il dolente ossimoro che si riverbera nella struggente scrittura, la quale sfiora appena i fatti e si dilata nello smarrimento esistenziale che da quei fatti scaturisce». Dolorosa e difficile l'impostazione registica. Può questa immane tragedia essere trattenuta in una struttura estetica? E quale? «Quella con meno estetismi, ho pensato», dice il regista, «Quella che non descrive ma suggerisce: una “non scena” che disegna percorsi mentali che imprigionano o si schiudono alla speranza; una recitazione prosciugata che non cerca compiacimenti né virtuosismi; una musica eletta che non cerca melodie; un tentativo di coinvolgerci tutti in un ineludibile senso di colpa».
