Ghemon: «Essere fragili non è una vergogna»

Il rapper e cantautore con vena comica si racconta in tv a cuore aperto e presenta il suo “E vissero feriti e contenti”
ROMA. Quando si combatte la depressione «c’è la vergogna nel mostrarsi deboli agli occhi degli altri: si pensa che si debba stare riservati, non dare nell'occhio per non essere giudicati, per non essere reputati deboli. A volte questa cosa non la pensa nemmeno la persona che sta affrontando la depressione, ma chi gli sta attorno. Si passa attraverso queste cose perché socialmente c’è ancora lo stigma, mentre invece sarebbe necessario trattarlo come tutti gli altri problemi». Lo ha detto Ghemon, parlando di sé e del suo ultimo album, “E vissero feriti e contenti” a Stories Live, il ciclo di interviste ai protagonisti dello spettacolo di Sky TG24. La puntata andrà in onda su Sky Arte, venerdì 14 maggio alle 18 e sempre disponibile On Demand. L’ultimo disco, «è l'album dove di più la forma delle canzoni coincide con quello che sono dentro, come volevo diventare come artista», ha spiegato il rapper e cantautore nato ad Avellino nel 1982 e all’anagrafe Giovanni Luca Picariello.
«Un disco di risposta a quello che c’era fuori: i primi due o tre mesi della pandemia non avevo idea di come avrei reagito come artista, invece poi ho ritrovato l’unico luogo dove potevo andare oltre a casa, lo studio, quello mi ha aiutato a proiettarmi con la testa in avanti e a pensare alla musica come a una risposta per quando le cose sarebbero potute tornare alla normalità. Quando mi è venuto il titolo, volevo mettere più l'accento su “contenti”, “feriti” è la consapevolezza che determinate cose nella vita capitano e si superano». Tra gli strumenti per reagire per Ghemon c’è l'ironia: «Sono uno molto autoironico», ha raccontato, «non è che non mi arrabbio o non ci rimango male, ma per me la maniera migliore per processare le incazzature o le delusioni è ridere di me, così posso dissacrare la troppa serietà».
Un’attitudine che ha portato l'artista a misurarsi con la c: «Ho iniziato a tempo perso a scrivere, un paio di volte sono andato ai microfoni aperti. Rimane lì come una cosa su cui ingranare delle marce, non è un “poi lo farò”, ma come uno dei colori espressivi che voglio avere, non voglio diventare un comico dopo i quarant’anni». (red.sp.)
