Giardini e la pietra della Maiella che suggerisce forme primitive

10 Febbraio 2015

ROCCAMORICE. Uno scultore che cerca nella forma il movimento della vita, espresso attraverso la forza della Maiella e della sua celebre pietra bianca. Lui è Giuseppe Giardini, vive a Roccamorice, ai...

ROCCAMORICE. Uno scultore che cerca nella forma il movimento della vita, espresso attraverso la forza della Maiella e della sua celebre pietra bianca. Lui è Giuseppe Giardini, vive a Roccamorice, ai piedi della Maiella, dove gestisce insieme ai fratelli un ristorante che ha trasformato anche in una mostra permanente delle proprie originali sculture. Autodidatta, Giardini si è avvicinato alla scultura un po' per caso, dopo l'adolescenza passata a Torino, e in fondo seguendo quasi un percorso predestinato, che lo ha portato a riappropriarsi dell'antico mestiere dei padri, visto che è nato poco distante da Manoppello, regno degli scalpellini e della pietra della Maiella.

E con la pietra della Maiella Gardini ha cominciato a dialogare, mettendo a frutto le sue pulsioni istintive, ma forse anche una sapienza atavica e ancestrale, rimasta latente nella sua ispirazione. Ma l'avvicinamento alla tradizione della propria terra non è che un momento, nell'evoluzione artistica di Giardini, di una sorta di attrazione per le corrente primitivistiche, evidenti ad esempio nelle teste del primo periodo, che ricordano forme religiose delle antiche tribù, come i popoli precolombiani. E' nata così una scultura tendente alla deformazione del dato reale, ma sempre avendo come base di partenza una distribuzione equilibrata delle forme anatomiche, solo in seguito appunto deformate, attraverso un'azione incisiva sui particolari. In realtà più che la deformazione ciò che preme catturare a Giardini è la trasformazione. «La trasformazione», sostiene lo scultore «è alla base del mio metodo compositivo, che non prevede generalmente un'idea definita e rigida, ma parte semplicemente dall'individuazione nel blocco di alcune masse di materia, ed è la pietra stessa, attraverso le sue venature e la sua conformazione, a suggerire lo sviluppo del lavoro e a definire così l'articolazione progressiva delle forme». Uno scultore dunque culturalmente sui generis, che tuttavia risente di alcune influenze, soprattutto europee, come certe forme di Gaudì o di Mirò visitate a Barcellona, le sculture parigine di Niki De Saint-Phalle (ad esempio la fontana Stravinsky), o i quadri "mostruosi" di Bosch in Olanda e in Belgio. «La mia è una passione antica per l'arte», spiega Giardini, «e con le mie opere ho avuto anche qualche soddisfazione, visto che ci sono state mostre e vendite».

Marco Tabellione

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