Gino Paoli. l’ultima intervista al centro

Il cantautore. «Mi piace l’Abruzzo e soprattutto mi piace la sua gente per il legame che ha con il territorio. Gli abruzzesi hanno un forte senso di appartenenza, e lo dico apprezzando molto questa qualità»
VASTO
«Mi piace l’Abruzzo e soprattutto mi piace la sua gente per il legame che ha con il territorio. Gli abruzzesi hanno un forte senso di appartenenza, e lo dico apprezzando molto questa qualità. Sono persone che non gettano la spugna che si distinguono per l’attaccamento alla loro terra in maniera assai particolare. Anche per questo ho voluto assolutamente dare il mio contributo per la maratona jazz organizzata due anni fa a L’Aquila, nei luoghi e per le vie del centro storico duramente colpiti dal sisma». Inizia con questo omaggio alla forza e alla tenacia degli abruzzesi l’intervista a Gino Paoli. Il cantautore nato a Monfalcone, genovese d’adozione, si è raccontato al quotidiano Il Centro parlando della sua musica ed anche del concerto in programma a Palazzo D’Avalos, a Vasto. Paoli, 83 anni da compiere il 3 settembre, con la sua voce ed il suo carisma che lo hanno reso uno dei più grandi autori e interpreti della nostra canzone, sarà sul palco con uno dei pianisti italiani più creativi riconosciuti a livello internazionale, Danilo Rea. Lo spettacolo si intitola Due come noi che…, si inserisce nella rassegna Musiche in cortile della Muzak eventi di Vasto ed anche nella città adriatica ha fatto registrare il tutto esaurito.
Paoli, da decenni calca i palcoscenici di tutto il mondo. Come è cambiato il pubblico? Quali emozioni cercano i ragazzi di ieri e quelli di oggi?
«Parlo ovviamente a livello personale, ma il pubblico è sempre lo stesso, non lo scegli. Reagisce sempre più o meno alla stessa maniera, vuole ascoltare. È una sorta di interlocutore ogni volta diverso, ogni volta uguale. Io parlo a tutti quelli che vogliono ascoltare. Non si sceglie la platea per quello che vuole. Anche se in tanti ci provano o lo fanno, decidendo di rivolgersi solo a un certo tipo di pubblico, come il target giovane ad esempio. Il pubblico non cambia, almeno per quello che mi riguarda».
Nella sua carriera, qual è l’aneddoto, la persona o il momento che non dimenticherà mai?
«Difficile dirlo così su due piedi. Se proprio devo pensare ad un momento che non posso dimenticare, mi viene in mente un incontro insolito, avvenuto via lettera. Avevo da poco scritto Senza fine. Siamo nel 1962. Mi arriva una lettera dagli Stati Uniti in cui una persona mi diceva che le sarebbe piaciuto scrivere una canzone come quella. Apprezzo il complimento, ma senza scompormi più di tanto, almeno finché non arrivo a decifrare la firma: era Hoagy Carmichael, un mito che ha scritto capolavori come Stardust e Georgia on my mind. Per poco non sono svenuto».
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