«Giro film per disillusione»

17 Settembre 2017

Ligabue regista con Made in Italy: lettera d’amore frustrato

MILANO
«Una lettera quasi disperata di amore frustrato verso questo Paese»: così Luciano Ligabue – ospite a Milano della rassegna “Il tempo delle donne” – descrive il suo lavoro degli ultimi anni, che troverà il suo compimento nel suo terzo film, “Made in Italy”, in uscita all'inizio del prossimo anno.
«Il film è il compimento, poi passerò ad altro, ma», scherza sul palco della Triennale, «dovevo completare un percorso e per farlo ho avuto bisogno di mandare avanti un altro, Riko, che vive in modo meno privilegiato del mio. È come se fosse uno dei miei amici storici, gli “pseudoanimali” che frequento da anni e che mi tediano sulla pensione e le vessazioni fiscali. Questo lavoro tende a farti diventare un po’ stronzo, io ogni venerdì sera vado in questo posto, dove abbiamo ricostruito il nostro bar, con il biliardo e il tavolo per mangiare, e loro mi prendono per il culo: è una medicina che funziona abbastanza».
Tenere i piedi per terra per Ligabue è una necessità perché «una mia canzone sulla fame in Africa sarebbe inutile, una canzone è fatta di sentimento, di emozioni, non di idee». Allo stesso modo, Riko – prima nel cd omonimo e poi nel film dove avrà il volto di Stefano Accorsi – è il suo alter ego “normale” e in quanto tale può raccontare «questo sentimento», che Ligabue ha iniziato a esprimere – ricorda – con “Buonanotte all'Italia”, canzone con cui tentò di esprimere «sentimentalmente e non in maniera ideologica» quello che prova per il suo Paese. Ecco dunque Riko, preso nel pieno della classica crisi di mezza età, che si rende conto che «non sta andando dove pensava».
È fedele allo stesso lavoro e alla famiglia e non è felice, ma soprattutto «ce l'ha con il mondo, che ha disilluso le sue aspettative: credeva di vivere in un mondo in cui le persone condividevano un destino comune e invece le cose vanno in direzione opposta, anzi la forbice tra chi ha e chi non ha si allarga sempre di più». Riko ha fatto sua la lezione del Gaber di «Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri»: «Ho fatto in tempo ad avere un futuro», canta Ligabue, «che non fosse soltanto per me».
Riko forse è in crisi perché «è una brava persona, nel film sono tutte brave persone, è una cosa un po’ estrema oggi ma – scherza ancora il rocker, in gran forma dopo il ritorno sul palco – mi è uscita così». Se quella di Riko è un’«odissea di punti di vista» la responsabilità è anche dell'informazione, «che è costretta a darti sempre news spiacevoli: ogni volta che ti approcci alle notizie sei destinato ad avere paura e questo può creare ulteriori fragilità. Se riesci a prendere le distanze puoi condannare una cosa grave come uno stupro, ma ricordare che dal punto di vista statistico c’è tanto di bello e vale sempre la pena uscire di casa».
L'implacabilità delle news rischia anche di far dimenticare «la profondità del dolore che la cronaca ha sul singolo. Oggi», nota, «facciamo fatica a permetterci questa profondità», che lui ha raccontato nel suo secondo film, “Da zero a dieci”, con protagonista un gruppo di amici traumatizzato dalla morte di uno di loro, rimasto vittima della strage di Bologna. Oggi, invece, «sentiamo di attentati e siamo quasi costretti », riflette, «a passare ad altro».
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