Glauco della Sciucca «Racconto la commedia dell’uomo moderno»

26 Settembre 2017

Il primo film del disegnatore abruzzese del New Yorker  «Lindsay-Hogg mi disse: sul set comportati come io con i Beatles»

«Il film racconta la storia dell’uomo di oggi consapevole di essere fortemente alienato ma che, proprio per questo, produce una grande energia».
Il film si chiama Humanism ed è il debutto nella regia di Glauco della Sciucca, 42 anni di Atri, disegnatore di copertine (e non solo) per il New Yorker – la prestigiosa rivista americana che ospitò i primi capitoli di un classico del Novecento come A sangue freddo di Truman Capote – e di orologi per la Swatch. Della Sciucca si divide, da anni, fra Pescara, New York e Londra, le tre città dove è principalmente ambientato il lungometraggio che sarà pronto per la fine di novembre.
Il film è il primo frutto della società Hoffman, Barney & Foscari, di cui Della Sciucca è amministratore delegato e direttore creativo. Il suo partner principale è Michael Lindsay-Hogg, londinese, figlio di Orson Welles e dell’attrice Geraldine Fitzgerald, regista, alla fine degli anni Sessanta, del film Let it be dei Beatles (quello del concerto finale sul tetto) e di Rock and Roll Circus dei Rolling Stones.
Della Sciucca, che è anche sceneggiatore di Humanism, parla del suo film in anteprima al Centro, in una pausa del lavoro in sala di montaggio.
Che film è Humanism?
E’ una commedia corale con tredici attori, di cui tre inglesi non doppiati. Il protagonista è Ezio Budini, un attore pescarese, che interpreta il ruolo di un irlandese. Ci sarà anche, nel ruolo di un barman a New York, Roberto Pedicini, pescarese di adozione, uno dei più grandi doppiatori italiani.
La storia qual è?
E’ quella di un attore in crisi che immagina di essere tutti gli attori che ha ammirato nella sua vita ma che non sarà mai. Ogni volta, porta una donna a vedere ognuno di quegli attori che lui vorrebbe essere. Il protagonista è circondato da tutte le donne con le quali ha avuto un pregresso sentimentale.
Dove è ambientato il film?
In vari luoghi: nel Lazio, a Londra, a New York. E ci sono anche scene girate a Pescara, ai Calanchi di Atri e a Torino. Il film è tutto in bianco e nero. C’è molto New York in Humanism.
Quando lo ha girato?
In aprile e un po’ anche in maggio. A Pescara ho girato all’Aurum, dentro e fuori, sul Ponte Flaiano e qualcosa anche sul Ponte del Mare. Pescara, però, non è mai nominata nel film. I luoghi che ho scelto sono “non luoghi” che possono essere compresi dallo spettatore internazionale.
Come è nata l’idea del film?
Volevo dare uno spaccato antropologico dell’uomo contemporaneo, raccontare come è diventato.
E come è diventato?
E’ un uomo fortemente consapevole di essere alienato; ma questo fatto produce un’incredibile energia. Ma è anche una storia comica con molti spunti autoriali, con un montaggio molto veloce.
A quali autori si è ispirato?
Per esempio, agli ultimi sei minuti dell’Eclisse di Antonioni. E molto a Woody Allen.
Quali film di Allen?
A film come Interiors e Stardust Memories. Ma tengo molto all’approccio di Antonioni in film come, per l’appunto, L’eclisse e Blow Up.
Come è nata in un disegnatore affermato come lei la voglia di fare del cinema?
Pensavo che il cinema fosse un po’ una sintesi di quello che avevo fatto finora, dal lavoro per il New Yorker ad altro. E poi mi ha molto spinto in questa avventura Michael (Lindsay-Hogg ndr).
In che modo?
Lui è stato una guida spirituale sotto ogni aspetto. Mi ha detto fin dall’inizio: “Non preoccuparti sul set. Pensa a Let it be, a come era difficile vivere in quel caos e dominarlo”. Quando mi ha parlato di Let it be ho capito che cosa significasse avere lui come amico e socio, anche se non era con me sul set ma mi parlava da Los Angeles.
Perché le indicava “Let it be” come un modello?
Perché in quel film c’era una sceneggiatura ma anche molta improvvisazione. In quel film c’è il grande caos di persone, i Beatles, inconsapevolmente vittime di una situazione in cui erano tutti giovani ed entusiasti, ma dove comunque il flusso delle cose stava cambiando le loro vite. E loro stessi capivano che dovevano assecondare e affidarsi a quel flusso della vita senza pensare di essere padroni delle vicende che accadevano sul set».
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