Gli aristocratici internati dell’Albergo Vittoria

Vite e destini di spie, antifascisti ed ebrei “ospiti” tra il 1940 e il ’43 a Lanciano
LANCIANO. C’era una volta a Lanciano un elegante albergo in centro-città, l’Albergo Vittoria, che durante l’ultima guerra divenne un crocevia internazionale di ebrei, antifascisti, ex-fascisti, sloveni, polacchi, inglesi, aristocratici internati e confinati con le accuse di essere spie o sobillatori. Negli anni 1940-43 a Lanciano vissero centinaia di confinati e internati, ospitati alla meno peggio in diverse strutture private, che venivano spostati dal regime da una località all’altra del territorio nazionale secondo i capricci del Ministero dell’Interno e del personale della burocrazia periferica. Ma gli ospiti del Vittoria, vittime anch’essi di questi capricci, si distinguevano per ceto sociale di appartenenza e per storie personali dall’indubbio fascino ricostruite, dopo lunghe e movimentate ricerche in archivi pubblici e privati italiani ed esteri, da Gianni Orecchioni nel corposo libro Albergo Vittoria, ovvero l’internamento dell’alta società tra il 1940 e il 1943, edito dalla Carabba.
Orecchioni ha ritrovato i nomi di queste persone, ne ha ricostruito le vite («vite sospese» le ha definite) e in taluni casi si è incontrato e ha fatto rincontrare alcune di loro prima che il tempo cancellasse tutto. Leggendo il libro sembra di entrare in un’altra dimensione temporale, per osservare – come in un film – le vicende di tanti personaggi, alcuni dei quali hanno sfiorato l’attualità. C’è un giovane Karol Wojtila che nel dopoguerra visita la famiglia polacca Szenwich nella loro villa di Positano, da cui la giovane Angelica (figlia di Emilia Feinkind, amica di Sibilla Aleramo) era dovuta andare via per le attenzioni di un personaggio del regime, che la denunciò per essere poi internata a Lanciano nel 1940. E qui subisce altre “attenzioni” che lei esplicita apertamente in una sconvolgente lettera a Rachele Mussolini chiedendole – inutilmente – di intercedere per mettere fine a questa situazione.
Lettere ai massimi esponenti del fascismo vengono redatte e trasmesse da vari ospiti del Vittoria, ma senza successo. Tra questi la figura più interessante è sicuramente Aldo Finzi (giunto al Vittoria nel marzo del ’43), nipote del mazziniano Giuseppe, eroe risorgimentale, che si era legato a D’Annunzio partecipando al temerario volo su Vienna durante la Grande Guerra. Fu numero due del fascismo agli albori dell’avventura mussoliniana, fino al delitto Matteotti, da lui criticato aspramente e pertanto messo gradualmente da parte. Divenne attivo antifascista. Finì nelle Fosse Ardeatine.
Il libro di Orecchioni è una ricerca storica che si legge come un romanzo, e l’Albergo Vittoria, chiuso durante la “Rivolta lancianese” del 5 e 6 ottobre, è un luogo di “destini incrociati” di gruppi familiari, aristocratici spaesati, singole donne (riappare la figura di Maria Eisenstein, la famosa “Internata n. 6”), bambine slovene di pochi mesi (Katarine e Daisy), che si rivedono da adulte, legate da un paio di scarpine che si passavano tra di loro e che per loro sarà sempre “Il cibo della memoria”.
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