Guanciale e Montanari, scontro di opposti in scena

19 Marzo 2023

L’attore avezzanese e “il Libanese” a Teramo in “L’uomo più crudele del mondo”. E la Riccitelli premia Ugo Pagliai in sala

TERAMO. Due tra gli attori più bravi e amati dal pubblico, l’avezzanese Lino Guanciale e il romano Francesco Montanari, sono i protagonisti della pièce “L’uomo più crudele del mondo”, in scena questa sera al teatro Comunale di Teramo, terza proposta della stagione di prosa della Società Primo Riccitelli. Sipario alle 18,45. Biglietti esauriti e lista d’attesa.
L’atto unico è scritto e diretto da Davide Sacco (sue anche le scene), direttore artistico del Teatro Manini di Narni, ente produttore dell’allestimento con Fondazione Teatro di Napoli e Lvf. Prima della rappresentazione il sindaco teramano Gianguido D’Alberto consegnerà un riconoscimento al maestro Ugo Pagliai, direttore artistico della Riccitelli per il settore prosa, presente al Comunale con l’attrice Paola Gassman, moglie e compagna di scena. Un omaggio per ringraziare il grande attore-regista dell’attento e appassionato lavoro compiuto dal 2005 per l’istituzione culturale teramana, una collaborazione che Pagliai ha con entusiasmo già promesso di continuare.
L’azione scenica di “L’uomo più crudele del mondo” è ambientata in una stanza spoglia e silenziosa all’interno di un capannone dismesso, da lontano giungono i rumori di un opificio. Alla scrivania è seduto Paul Veres (Lino Guanciale), padrone della maggiore fabbrica europea di armi: uomo riservato, è comunemente considerato l’uomo più crudele del mondo. Davanti a lui siede il cronista di una testata locale (Francesco Montanari, lanciato dal ruolo del Libanese in “Romanzo criminale – La serie”), inviato a intervistarlo. Ma la conversazione prenderà presto direzioni inaspettate. «Lei crede ancora che si possa andare avanti dopo questa notte, crede che questa vita domani mattina sarà la stessa di prima?» dirà Veres al giornalista.
Nello snodarsi incalzante del dialogo tra i due, uno scontro di opposti, affioreranno le loro vere personalità e il loro passato, fino a uno spiazzante finale di rovesciamento della prospettiva. Davide Sacco scrive nelle note di regia: «Fino a dove può spingersi la crudeltà dell’uomo? Qual è il limite che separa una brava persona da un bestia? A cosa possiamo arrivare se lasciamo prevalere l’istinto sulla ragione? Queste domande mi hanno guidato durante la stesura del testo e, successivamente, nella direzione degli attori. Volevamo che il pubblico fosse costantemente destabilizzato e non avesse certezze, che si calasse insieme ai personaggi in un viaggio in cui il rapporto tra vittima e carnefice è di volta in volta messo in discussione e ribaltato. La “feccia” di cui parlano i protagonisti non è visibile nella scena, fatta essenzialmente di luci fredde e asettiche (di Andrea Pistoia, ndc), ma deve emergere gradualmente fino al finale, in cui speriamo che il titolo dello spettacolo possa diventare nella testa degli spettatori non più un’affermazione ma una domanda per riflettere sulla natura del genere umano».