I derelitti figli della scossa nella penna di Silone

12 Gennaio 2015

L’ intervento di don Orione in un territorio che cambiò per sempre e la testimonianza dello scrittore

E' considerato il secondo più grave terremoto d'Europa, storicamente censito, quello che atterrò una vasta area della Marsica il 13 gennaio 1915, causando 30.000 morti; e purtroppo sempre italiano, nonché cronologicamente contiguo, resta il primato di vittime e distruzioni, col terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908, che provocò un numero di vittime superiore a 100.000, tra le due sponde dello Stretto.

Un secolo fa l'Abruzzo pagava così il più spaventoso tributo in vite umane mai sperimentato, dopo quelli, non lievi, dei terremoti della metà del 1300 e dei primi del 1700 (questi ultimi esattamente il 14 gennaio-2 febbraio 1703 all'Aquila e il 3 novembre 1706 a Sulmona), con costi quantificabili in migliaia di vite umana, cospicue distruzioni dell'abitato e decenni di sofferenze per la popolazione superstite, a causa del degrado della vita economica e civile:

La storia d'Abruzzo è scandita dai terremoti. Architetti e storici dell'arte usano le date dei terremoti come discrimine temporale di un "ante" e di un "post" tanto alterata ne risulta la fisionomia degli edifici e dell'assetto urbanistico, a causa della distruzione e del rifacimento dell'abitato, con fabbriche, e cioè cantieri di ricostruzione, protrattisi per decenni. Con tecnologie incomparabilmente diverse e, si spera, più funzionali, anche oggi il volto dell'Aquila, dopo il sisma di 6 anni fa, risulta completamente diverso, con migrazione della vita fuori dell'antico abitato, in quelle che per un po' si è usato chiamare "new town".

Il terremoto marsicano del '15, avvertito in tutta la penisola, è chiamato anche "terremoto di Avezzano" dal suo capoluogo che fu pressoché spianato, con 9238 morti su una popolazione di circa 10.000: cioè quasi tutti quelli che si trovavano nell'abitato e nelle frazioni contigue morirono.

L'arretratezza dell'organizzazione sanitaria, la devastazione della rete viaria e la parziale impraticabilità di quella ferroviaria, con conseguente impossibilità di trasferire e curare altrove i feriti, aumentarono il numero delle vittime. L'esercito e la Chiesa (con lo straordinario prodigarsi in loco di figure come don Orione e don Guanella, oggi proclamati santi) furono i più attivi nel recar soccorso alle popolazioni colpite, ma l'aiuto dei militari durò poco, venendo le truppe richiamate a nord dai comandi, a causa dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale, avvenuto 4 mesi dopo. I disastrati divennero così derelitti nel senso etimologico del termine, vennero cioè abbandonati a se stessi. Tra di loro, due orfanelli feriti della famiglia Tranquilli di Pescina, persa la madre nel sisma, trovarono miglior sorte venendo raccolti, curati e per un po' seguiti da don Orione. Il primo dei due, Secondino, avrebbe ricordato la tragedia abbattutasi tra gli amati "cafoni" della Marsica e la figura di don Orione nei suoi libri, scritti col nome di Ignazio Silone.

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