I serpari, il rito antico che sorprende sempre

1 Maggio 2019

A Cocullo si ripete oggi la festa di San Domenico Abate: tra devozione popolare e turismo, un patrimonio da tutelare

COCULLO. Si ripeterà oggi, a Cocullo, il piccolo paese al confine tra Valle Peligna e Marsica, la Festa di San Domenico Abate e Rito dei Serpari. Una carta d’identità per l’Abruzzo nel mondo.
Qui il santo è visto come taumaturgo e guaritore dai mali della vita (mal di denti, morso dei serpenti, terremoti), ma anche come un innovatore che, attraverso la regola benedettina, portò un po’ di luce nelle contrade del centro Italia dopo i secoli bui del Medioevo. A testimoniarlo i tanti monumenti sparsi tra Sora e Villalago, ma anche la devozione popolare che si rinnova ogni anno nella festa cocullese. L’evento di oggi inizierà con l’arrivo delle compagnie di pellegrini, all’alba, provenienti da Atina, Sora, Villa Latina e Sant’Elia Fiumerapido, in Ciociaria, ma anche dal Molise (Fornelli e San Pietro Avellana) e da altri centri dell’Abruzzo e regioni vicine. Proseguirà con la grande folla (se il tempo regge sono previstecirca 20.000 persone) che si riverserà nella piazza del paese a contatto diretto con i serpentinelle mani da serpari d’ogni età, e nella chiesa parrocchiale dove si ripeterà il suono della campanella con i denti, gesto dal potere antalgico secondo la tradizione. Una folla che andrà ingrossandosi sempre di più, man mano che arrivano alla stazione i treni speciali, fino a diventare fitta fitta via via che ci si avvicina all’ora della vestizione e della processione. Tra la folla personaggi noti e tanta gente comune, chi spinto dalla profonda devozione (un segnale poco comprensibile ai più in un’epoca secolarizzata come l’attuale), e chi dalla curiosità.
Ma anche reporter di televisioni italiane e straniere, gente della cultura e della politica, chi per studiare attentamente il fenomeno e chi semplicemente perché «a Cocullo non potevo non esserci». E la piccola comunità del paese (250 abitanti sulla carta, in realtà qualcosa in meno) ha la capacità di dialogare con tutti, spiegando, raccontando, accompagnando i visitatori alla mostre multimediale e erpetologica nel Centro di Documentazione per le tradizioni popolari intestato ad Alfonso Di Nola, antropologo scomparso nel 1997, cittadino onorario del paese al pari del suo allievo Emiliano Giancristofaro. I serpari amano i serpenti, a smentita forte per chi pensa e scrive il contrario. Da anni, Comune e Pro Loco hanno attivato il Progetto della tutela della specie, richiesto dal Ministero, gestito dagli erpetologi Gianpaolo Montinaro ed Ernesto Filippi. Ogni serpente porta un chip, che viene controllato ogni anno alla vigilia della festa, per seguirne il “percorso di vita”, controllare le ricatture e i nuovi arrivati, cervoni, biacchi e lattarine, le specie, innocue rigorosamente, più conosciute.
Ed è la capacità di dialogo e di inventiva della comunità che sta alla base della candidatura della festa cocullese e della rete dei Comuni della devozione (13 tra Abruzzo, Umbria, Lazio e Molise) a patrimonio immateriale dell’Umanità da parte dell’Unesco. «Una candidatura nella sezione della lista di salvaguardia urgente», spiega Lia Giancristofaro, antropologa dell’università di Chieti che sul caso Cocullo ha pubblicato numerosi libri, «per sottolineare che, se scompaiono le comunità per spopolamento e catastrofi naturali, anche queste manifestazioni sono pesantemente a rischio». Momento importante della mattinata la vestizione della statua del santo con i serpenti. A mezzogiorno in punto. La folla assiepata all’inverosimile trattiene il respiro. Se gli occhi della statua restano liberi, senza i serpenti a coprire lo sguardo mettendosi di traverso, è buon segno. Allora un applauso scrosciante sottolinea il momento con migliaia di telefonini ad immortalare la scena. La processione si snoda poi per le vie del paese, accompagnata dalle compagnie dei pellegrini, dal corteo delle ragazze in costume con in testa canestri con i “ciambellati” e da tanti devoti. Dopo i fuochi d’artificio, la processione rientra nella chiesa, la piazza si svuota, le compagnie riprendono la via del ritorno, quella di Atina camminando all’indietro per non perdere di vista il simulacro. In attesa di un nuovo evento, sempre uguale e sempre emozionante, il prossimo anno.
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