“Il disprezzo” l’originale restaurato arriva nei cinema

PESCARA. «Oltre che la storia psicologica di una donna che disprezza il marito, “Il disprezzo” mi appare come la storia di naufraghi del mondo occidentale, di scampati al naufragio della modernità,...
PESCARA. «Oltre che la storia psicologica di una donna che disprezza il marito, “Il disprezzo” mi appare come la storia di naufraghi del mondo occidentale, di scampati al naufragio della modernità, che sbarcano un giorno, come gli eroi di Verne e di Stevenson, su un'isola deserta e misteriosa, il cui mistero è inesorabilmente l'assenza di mistero, cioè la verità ».
Così, mentre ne ultimava il montaggio, Jean-Luc Godard provò a definire il suo film sulle colonne dei “Cahiers du cinéma”, la rivista di critica cinematografica in cui era cresciuta la generazione di autori della Nouvelle Vague: François Truffaut, Eric Rohmer, Jacques Rivette e lo stesso Godard. Tratto da un romanzo di Alberto Moravia del 1954, girato nel 1963 (le riprese dal 22 aprile all’8 luglio), “Il disprezzo”, “Le mépris” il titolo originale, arriva per la prima volta nelle sale italiane nella versione director’s cut, vale a dire così come fu concepito dal regista francese. In Abruzzo, per il momento, il film viene proiettato solo dallo Smeraldo Cinema di Teramo (oggi ultimo giorno di programmazione). La copia restaurata distribuita dalla Cineteca di Bologna, per il ciclo “Il cinema ritrovato”, è un’edizione molto diversa da quella imposta dal produttore Carlo Ponti e poi vista in Italia. Il classico della Nouvelle Vague, interpretato da Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Giorgia Moll e dal sommo regista Fritz Lang nella parte di se stesso, nella versione italiana fu completamente stravolto, tanto da diventare un altro film.
La durata fu accorciata di venti minuti. Sparì il multilinguismo degli interpreti (ognuno parlava la propria lingua), che contribuiva a dare l’idea di gente persa in un luogo straniero, col risultato nella versione italiana di rendere insensate le battute dell’interprete Giorgia Moll. La musica sinfonica, con echi di Brahms, di Georges Delerue venne sostituita col jazz di Piero Piccioni. Nella stampa della pellicola furono annullate le differenze di colore, studiate da Godard col direttore della fotografia Raoul Coutard, tra la luce “sporca” delle scene romane e la limpidezza dei colori quasi pop delle scene a Capri.
Fu manomesso il finale e fatte sparire molte citazioni, completando così il tradimento del film originale. Ovviamente Godard disconobbe la versione italiana. Riflessione sul cinema, “Il disprezzo”, sesto lungometraggio del cineasta francese, all’epoca 32enne, vede protagonista lo sceneggiatore Paul Javal (Michel Piccoli, col cappello perennemente in testa), ingaggiato dal prepotente produttore americano Jeremy Prokosch (Jack Palance) per sistemare lo script e rendere più commerciale il film sull’“Odissea” che il regista Fritz Lang sta girando a Cinecittà. L’indolente Paul deve anche affrontare la crisi con Camille (Brigitte Bardot), la bella e seducente moglie che disprezza la sua mollezza e i suoi compromessi da intellettuale servo («Paul, je te méprise», gli dice gelida) e che intanto viene corteggiata dal produttore.
La vicenda si snoda da Roma e Capri (tra le ambientazioni, la villa di Curzio Malaparte), dove si sta girando il film e dove si consuma la rottura tra Paul e Camille, che riparte per la capitale in compagnia di Prokosch. Sulla strada un incidente interrompe la loro corsa. Godard voleva come interpreti Kim Novak e Frank Sinatra, Ponti preferiva Sophia Loren e Marcello Mastroianni. L’interesse di Brigitte Bardot al progetto mise d’accordo tutti e fece alzare il budget da 50 a 500 milioni di vecchi franchi (B.B. ne prese la metà), attirando il produttore americano Joseph E. Levine, che affiancò Ponti e Georges de Beauregard. Gli americani volevano però una scena d’amore all’inizio del film e Godard li accontentò girando tre sequenze supplementari, tra cui la scena iniziale di Camille nuda sul letto. Alla grossolanità dell’ambiente cinematografico, esemplificata da Prokosch, Godard contrappone nel film la purezza del mondo antico, del mito, della natura (Capri, il Mediterraneo) e del cinema classico, incarnato nell’aristocratica eleganza e ironia di Fritz Lang. Quando il furioso Prokosch, scontento del film, dopo aver visto i giornalieri lancia una pizza di pellicola come un discobolo, Lang chiosa: «Alla fine hai sentito perfino tu il brivido della cultura ellenica».
