«Il mio Liborio è matto, ma vede le cose come sono»

Il tragico Novecento, le parole del padre, Lanciano nel sorprendente romanzo dello scrittore abruzzese
«Sono contento, sono molto contento». A poche ore dal trionfo a sorpresa nella 58esima edizione del Premio Campiello col suo straordinario romanzo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (minimum fax), in mezzo al frastuono domenicale del traffico veneziano Remo Rapino risponde al telefono al Centro.
Raggiunto in mezzo a mille chiamate e messaggi di rallegramenti, lo scrittore e poeta lancianese ha fretta di salire su un motoscafo che lo porterà alla stazione ferroviaria, prima che tutto si blocchi per la regata storica. La sera prima la sua storia del cocciamatte Liborio, il marginale che attraversa il secolo breve, ha conquistato il prestigioso premio letterario istituito nel 1962 dagli Industriali del Veneto, proclamato nella cerimonia allestita per la prima volta in piazza San Marco. Dietro di lui, staccati, gli altri finalisti: Sandro Frizziero con “Sommersione” (Fazi), Ade Zeno con “L'incanto del pesce luna” (Bollati Boringhieri), e due nomi famosi, il favorito Francesco Guccini con “Tralummescur” e la poeta Patrizia Cavalli col suo esordio in prosa “Con passi giapponesi”. Così Remo Rapino aggiunge il suo nome a quello degli altri autori abruzzesi vincitori del Campiello, Mario Pomilio, Ignazio Silone, Donatella Di Pietrantonio.
Professore, si aspettava di vincere, e per distacco?
«Un bel margine, sì. Una vittoria inaspettata e bella. Tutti aspettavano Guccini. Forse la giuria ha premiato il modello di scrittura, la storia. Un po’ di sorpresa l’ho avuta, ma man mano che procedeva la conta dei voti mi sono reso conto. Ero anche molto distratto dalla piazza, il pubblico, gli ospiti, i cameramen, ero un po’ spettatore. Solo alla fine, quando la piazza si è svuotata e ho passeggiato da solo mi sono reso pienamente conto. Allora ho sentito salire onde emozionali. Ho pensato a mio padre, sono stato assalito dai ricordi e dalla contentezza» .
Ha dedicato il premio a suo padre.
«Lui è stato il primo pensiero. Nel romanzo c’è anche il ricordo di mio padre, i suoi racconti, le storie che mi raccontava, molte delle parole di Liborio sono le sue parole. E c’è la città di Lanciano, anche se non viene mai nominata».
Dopo la proclamazione cosa vi siete detti voi finalisti e come avete vissuto queste giornate?
«Ho ringraziato tutti per la bella esperienza. Patrizia Cavalli è stata molto tenera e gentile, sembra quasi una bambina. Con Guccini ci siamo salutati e ci siamo scambiati un po’ di storielle. Zeno e Frizziero sono stati molto cari. Ci siamo voluti bene in questi giorni. Si è creato un ambiente molto umano, non da gara».
Il suo Liborio entra a pieno titolo nella grande galleria di folli della letteratura. Perché gli irregolari, i bizzarri, gli scemi hanno così fortuna nella narrazione letteraria e in quella cinematografica?
«Perché sono personaggi che non hanno fortuna nella vita reale, la letteratura gli restituisce un po’ di quella fortuna che non hanno avuto. Sono come il fool shakespeariano, figure inventate portatrici di una forza inesprimibile che può rovesciare i codici sociali dominanti. Ci sono tanti di questi personaggi nella letteratura, dall’Idiota di Dostoevskij a Bouvard e Pecuchet di Flaubert, dal Don Chisciotte di Cervantes al Forrest Gump del romanzo di Groom (reso celebre dall’omonimo film di Zemeckis con Tom Hanks, ndc), il bambino della favola di Andersen che dice “il re è nudo” e denuncia la verità, lo scemo che passa della canzone di De Andrè. Liborio rappresenta un po’ tutto questo, è ingenuo ma ha intuizioni profonde».
Tre anni dopo l’Arminuta vincono nuovamente una storia e un personaggio di un Abruzzo marginale e arretrato.
«Più che l’Abruzzo, direi piuttosto una civiltà che tende a emarginare certe persone e situazioni, gli ultimi della fila, i vinti. Il mio Liborio potrebbe vivere in tanti altri luoghi. È una figura simbolica, che guarda il mondo da una periferia esistenziale, e proprio per questo vede quello che gli altri non vedono. Il personaggio di Liborio è immaginario, ma i fatti che gli accadono e i personaggi intorno a lui sono reali. È questa l’inversione alla base del romanzo».
Il suo romanzo ha colpito anche per l’invenzione di una lingua potente e bastarda. L’essere poeta, e quindi l’attenzione al suono delle parole, al ritmo, al cesello del verso, l’ha aiutata a costruire la voce di Bonfiglio Liborio?
«La lingua del romanzo è un flusso parlato fatto di dialettismi, gergalismi, sgrammaticature, parole reinventate. È l’italiano di chi non sa parlarlo. Liborio può parlare solo così. Nella costruzione del romanzo tutto viene a legarsi, la poesia, la passione per la lettura, l’insegnamento. Il ruolo di insegnante mi ha insegnato che la marginalità può aiutare a raccontare le grandi storie».
Prima della vittoria al Campiello è arrivato a un passo dalla finale del Premio Strega, fermandosi nella dodicina. Ne è stato deluso?
«Né deluso, né ora gioisco più di tanto. Stupore, meraviglia sì, sono sorpreso di tutto questo. Dopo lo Strega ero il perfetto finalista perdente, ho detto scherzando al mio editore. Ma la cosa importante è che in tutte queste esperienze ho conosciuto persone squisite, straordinarie, amicizie preziose e da coltivare. Itaca è bella, ma è il viaggio verso Itaca che conta, più dell’arrivo all'isola. Sono contento, sono molto contento. Ora però devo lasciarla, il motoscafo mi sta aspettando».
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