«Il mio Nome della rosa un doppio sogno che amo»

3 Marzo 2019

Il regista del film tratto dal romanzo di Umberto Eco in onda da domani su Rai1 «Sono stato felice di tornare a girare fra i paesaggi irripetibili dell’Abruzzo»

E’ stato girato in buona parte in Abruzzo il film, diretto da Giacomo Battiato, “Il Nome della rosa”, dal romanzo di Umberto Eco. La fiction andrà in onda a partire da domani su Rai1 in prima serata per episodi. Lo scrittore Giovanni D’Alessandro, collaboratore del Centro, ha intervistato Battiato in esclusiva per il nostro giornale. Lo ha fatto parlare anche dell’Abruzzo dove ha girato alcune scene importanti del film.
di Giovanni D’Alessandro
Come ha affrontato l’idea di realizzare il film “Il nome della rosa”?
E' stata un'esperienza estrema e totalizzante. Il Nome della Rosa non è un romanzo, è un libro che contiene molti libri, è un labirinto di libri come la biblioteca che descrive. Contiene storia e politica, religione e filosofia, eros e violenza, ironia e follia. Quale sfida meravigliosa (affrontata con tutta umiltà) quella di trasformare tutta questa ricchezza in immagini, e condurre gli spettatori un viaggio di 8 ore tra angeli e demoni.
Quanto tempo ha richiesto?
Due anni e tre mesi complessivamente. Le riprese sono durate sei mesi.
Battiato ama la trasposizione storica, lo dimostra buona parte della sua produzione, di regista e romanziere. C’è un perché?
Uno psicanalista mi ha raccontato che uno dei lapsus più comuni dei suoi pazienti era quello di dire «ho fatto un film» invece di dire «ho fatto un sogno». E' proprio così. Il film è un sogno da vivere nel buio di una sala o di una stanza. Ma quando il film- sogno è contemporaneo, rientra nella nostra esperienza quotidiana. Quando è nel passato, è il sogno di un sogno, un doppio sogno che mi attira morbosamente, come la musica e la pittura su cui costruisco i miei fil storici.
Nel cast, quali attori a giudizio del regista che li ha diretti hanno più corrisposto ai personaggi di Eco?
Ho cercato, per quanto possibile, di far coincidere le nazionalità che Eco aveva dato ai sui personaggi con le nazionalità degli attori (e questo si può particolarmente apprezzare nell'edizione originale in inglese); personaggi tedeschi, attori tedeschi,; personaggi anglosassoni, attori anglosassoni; personaggi italiani, attori italiani; personaggio scandinavo, attore scandinavo. Al di là di questo desiderio di dare a ciascun attore l'aiuto delle proprie radici, è stata la ricchezza dei personaggi del libro che mi ha inspirato nella scelta del cast e nella guida degli attori. Tutti, dai protagonisti all'ultimo monaco o frate, escono da quelle pagine, personaggi.
Quando uscì il film, pur di successo, di J.J.Annaud parte del pubblico che aveva letto Eco storse il naso trovando caricaturali i monaci. Annaud si difese dicendo che aveva dovuto “caricarli” per rendere riconoscibili al pubblico stesso, essendo vestiti tutti – disse - col saio benedettino. L’obiezione, tuttavia, rimase. Battiato come ha superato il problema?
J. Annaud aveva a disposizione poco più di 2 ore per raccontare un libro di 500 pagine. Missione impossibile. E' stato dunque costretto (e l'ha fatto brillantemente) a limitarsi alla trama poliziesca. Inevitabilmente i monaci non potevano avere una loro storia personale attraverso la quale essere riconosciuti. Non è questione di abito ma di "storia" che ogni personaggio porta con sé. Per raccontare queste "storie" e rendere i monaci riconoscibili occorre un tempo narrativo. Io ho avuto questo tempo e non ho dunque avuto questo problema. Nessun monaco, nemmeno Salvatore (che è, sì, grottesco nelle apparenze ma tragico nella sua natura), è caricaturale nel libro di Eco.
Il tema del sesso è presente nel romanzo. In forma patologica, tra chi (l’assassino) arriva persino a occultare e tentare di cancellare la forza liberatrice del riso in Aristotele e chi con innocenza (il giovane Adso, cui presta il volto Damian Hardung) ne vive la prima esperienza, protetto da Guglielmo che pure “non ha beneficiato della esperienza” – come dice al novizio - dell’amore fisico. Come ha Battiato, autore di Cronaca di un amore violento, ma anche di appassionate e fragili storie d’amore reso questo argomento?
Ho dato uno spazio particolare alla storia d'amore di Adso con una ragazza nascosta nella foresta accanto all'abbazia. Una ragazza occitana in fuga dalla guerra e dalla strage della sua famiglia e del suo villaggio. Tra i tanti richiami del libro di Eco c'è anche quello del romanzo di formazione in cui sono essenziali la scoperta dell'amore e del sesso. Ed è ricco di curiose citazioni sull'amore da Avicenna a San Tommaso a Ibn-Hazam. Eco, prima di lasciarci, era cosciente e consenziente a che la storia d'amore prendesse una forma più complessa. Per questo sono uscito dall'abbazia e ho immaginato un "bosco magico" nel quale s'incontrano le solitudini dei due ragazzi.
Lei è un profondo conoscitore dell’Abruzzo. Ora una nota finale per congedarsi dai lettori del Centro.
Ho conosciuto cinematograficamente (ma non solo) l'Abruzzo ai tempi in cui ho irato uno dei miei primi film, "Colomba" dal romanzo di Prosper Mérimée. Sono stato felice di ritornarci e di trascinare la mia grande troupe a scarpinare su per le rocce della Maiella. L'Abruzzo ha paesaggi irripetibili. Potenti. E' una ricchezza che deve proteggere ad ogni costo.
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