«Il Polo? Fa più freddo che a Roccaraso»
Fenomenologia di Zalone: battute, canzoni e giochi di parole alla maniera di Totò
di Giuliano Di Tanna
Come tutti i grandi comici, Checco Zalone . non guarda in faccia a nessuno e ha le battute che fanno ridere (e non semplicemente sorridere). Una delle battute del suo nuovo film “Quo vado?” è già un piccolo cult in Abruzzo: «Al Polo Nord fa più freddo che a Roccaraso». Ma ecco un florilegio di frasi tratte dal film campione d’incassi: «Io sono da ristorante “Tutto al cofano”»; «La segreteria è donna per definizione»; «Il mobbing rilassa»; «Tira più il sorriso di una donna che un rinoceronte»; «In Puglia patate riso e cozze, al Polo patate riso e krill»; «Partono le denunce per Bocching e Milfing».
Il comico pugliese ama, soprattutto, rimettere in discussione mode e fissazioni che nessuno osa toccare. Per esempio, la pizzica: «È una bella musica, ma dopo cinque minuti non la puoi più ascoltare: gli urologi dicono che dopo un po' che la balli senti dolore alle parti basse».
Uno dei suoi bersagli preferiti è il politicamente corretto di una certa sinistra perbenista italiana: «Io piaccio all'italiano terra terra o a De Gregori. All'intellettuale, è al pubblico di mezzo che sto sulle palle».
Ma non disdegna il gioco di parole, un po’ dadaista, alla Totò. Ai tempi delle sue comparsate a Zelig, in tv, ringraziava così il pubblico: « Che acclamanza, grazie per questa ovulazione che mi attribuite!». Di quello stesso periodo sono altre battute come queste: «Ho stato accusato di avere copiato questa canzone, ma come dicevano i jazzisti di New Orleans: le note sono sette, chi vuole se le fotte»; «Ho una doppia personalità, sono come dottor Jack e Peter Pack, il mio è un tipo di comicità anglosassa, sono un artista con la esse maiuscola»; «Se io non avrei fatto il candande non sarei qui».
Le canzoni, certo. Dieci anni fa, accompagnò la scalata della Nazionale di calcio alla Coppa del mondo con una canzone nata, invece, per prendersi gioco degli Azzurri («Siamo una squadra fortissimi»). In “Quo vado?” intona un inno alla prima repubblica e alle sue certezze costose (per il bilancio dello Stato) come il pos to fisso nel pubblico impiego.
Ma cantando, cantando, ha sfottuto anche i tifosi. Per esempio, gli juventini: «I juventini siamo piccoli eroi, | gli unici martiri i capi spiatoi, | perché siete gelosi, | siete gente invidiosi | di una squadra gloriosi | come noi».
E – peccato mortale nell’ Italia eternamente sentimentale – non ha risparmiato l’amore: «L'amore non ha religione | nessun confine, nessuna nazione | né americano, né bolscevica | l'amore è quando lei ti dà (quando lei ti dà) quando lei ti dà (ti dà, ti dà) la vita».
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