Il racconto di una madre e mille donne

“Dove non mi hai portata”, storia di cronaca e di riconciliazione
«Scrivo questo libro perché mia madre diventi reale» afferma sin dall’inizio del suo “Dove non mi hai portata”, candidato Strega e edito Einaudi, Maria Grazia Calandrone, spiegando di aver esplorato «un metodo per chi ha perduto la sua origine, un sistema matematico di sentimento e pensiero, così intero da rianimare un corpo, caldo come la terra d’estate, e altrettanto coerente». L’autrice e poetessa la madre, Lucia Galante, non la ha praticamente conosciuta, essendo quella bambina che il 24 giugno 1965 fu abbandonata a 8 mesi dietro i cancelli di Villa Borghese. Una storia che finì per giorni su tutti i giornali col ritrovamento della madre nemmeno trentenne e il padre biologico, Giuseppe Di Pietro, annegati nel Tevere, suicidi, dopo aver imbucato una lettera per L’Unità in cui spiegavano chi era la bambina e che si chiamava Maria Grazia Greco. Il libro è frutto di una lunga indagine, di ricerca di testimoni, di documenti di archivio, nel tentativo di ricostruire con minuzia e cercar di capire vite precedenti e mosse e motivi di quei gesti estremi. Prima l’Italia provinciale, contadina e perbenista degli anni '50 nelle campagne del Molise e lo svolgersi di una storia al femminile, di pregiudizi e amore, sino alla fine, che è tutta in quella dichiarazione: «Vengo a te dove non mi hai portata, nella morte», non tirandosi indietro davanti a nulla, nemmeno lo studio dei cadaveri degli annegati, per trovare qualcosa che la aiuti a spiegare modalità e ragioni. Non si pensi però a un giallo dai risvolti neri, è tutt’altro, è un gesto d’amore e di cui si avverte la necessità e che per poter essere espresso ha dovuto aspettare 50 anni, raccontando come un romanzo la vita di Lucia, innamorata di Tonino, ma data sposa a un contadino grazie a un suo campo confinante, Luigi Greco detto Centolire, che non la toccherà mai, che la picchia, la umilia, non le dà da mangiare e la usa come serva. «Io credo questa povera ragazza ha sofferto tantissimo. E che le sue sofferenze sono servite a darti tanto onore a te», dice una vecchia del paese, Palata in provincia di Campobasso, rintracciata da Calandrone. Un romanzo che denuncia la condizione femminile in quegli anni, violentata e umiliata, che aiuta a capire. Lucia poi incontra Giuseppe, operaio di cui si innamora e col quale fugge a Milano, quella agra di Bianciardi, dove arriva la denuncia per adulterio, secondo le leggi sulla famiglia allora in vigore, e le difficoltà economiche e di lavoro si fanno molto pesanti. Le aggrava la nascita di Maria Grazia, che prende il cognome non di Di Pietro, il vero padre, ma di Greco, marito della mamma, che scriverà un’aspra, terribile lettera per disconoscere quella paternità. Prendono allora il sopravvento vergogna, sensi di colpa e «condizioni disperate»: «Non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti», si legge nell’ultima lettera. «Vengo a prenderti, adesso che ho il doppio dei tuoi anni e ti guardo, da una vita che forse hai immaginato per me. Adesso vengo a prenderti e ti porto via. Lucia, dammi la mano», scrive Calandrone. . Il lettore scopre la storia grazie a una scrittura alta, vera, priva di sentimentalismi, tesa e intensa, lucida e emotiva tanto che, quando il dolore del dire, il riferire si fa indicibile, si fa lirica.
