Il ritorno di Casadilego: «Rischiavo di perdermi, l’Abruzzo mi ha salvato»

Esce oggi il primo album della giovanissima cantante teramana. Lavoro sartoriale di rara autenticità in un mondo di pose e autotune
TERAMO. Casadilego parla come canta, con cuore puro e aperto. Le sue parole sincere ci raccontano l’album di esordio Silenzio (tutto di me), fuori oggi su tutte le piattaforme. L’opera prima della 22enne cantautrice abruzzese, un lavoro sartoriale prodotto da Otr Live e distribuito da Ada Music Italy, si distingue per poesia e autenticità in un panorama musicale dominato da pose, autotune, suoni campionati. La montoriese Elisa Coclite, nome d’arte ispirato dalla canzone Lego house del suo idolo Ed Sheeran, ha richiamato nel titolo del suo primo disco in studio la pausa di silenzio controcorrente sposata dopo la vittoria, sei anni fa, a X Factor per sottrarsi alle urgenze del mercato discografico e cercare la propria dimensione.
L’album è molto bello: in nove tracce – K. (intro), Verdeforesta, Stare svegli, Silenzio, Più facile, Dimmi, Alberi, Posto nuovo, How things change –, cantate con voce incantevole e unica, unisce echi di folk americano, britannico e irlandese col pop alternativo, intimo e mai banale. Canzoni sincere ed evocative che raccontano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, libertà, solitudine, amicizia, un mondo osservato con delicatezza e stupore e in cui si respirano consapevolezza, talento e infinito amore per la musica. Una passione merito anche dei genitori, i musicisti Alessia Martegiani e Massimiliano Coclite.
Elisa, quanto tempo ha lavorato al disco e cosa l’ha ispirato? Sembra l’esito di un percorso lungo, meditato.
«Anche forzatamente meditato. La verità è che i brani sono stati scritti nel corso di questi anni, non con l’idea di conservarli per il momento giusto, avrei invece voluto uscissero nel momento in cui erano veri per me, ma questo non è stato possibile per motivi discografici. Però oggi ho deciso di inserire nell’album anche queste vecchie fotografie, volevo far vedere loro la luce, sono istantanee di quando ero molto piccola, di momenti che non torneranno più, canzoni scritte in una fase della vita in cui tutto va a velocità vertiginosa».
Ha composto testo e musiche?
«Le canzoni sono mie e alcune sono state scritte insieme al mio ragazzo Samuele Barracco, una persona e un’anima molto importante per questo disco, che abbiamo poi suonato insieme anche in studio».
Oltre a voi due chi suona nel disco, chi lo ha arrangiato e dove lo avete registrato?
«Musicisi strepitosi che hanno fatto un lavoro bellissimo. Carmelo Drago al basso, Donato Di Trapani tastiere e synth, Davide Savarese batteria, io e Samuele alla chitarra. Il produttore e anima pulsante del progetto è Dani Castelar, gli arrangiamenti però li abbiamo fatti insieme suonando. Dani è un’ostetrica delle idee, ha talento nel far uscire dai musicisti il meglio di loro, il disco è arrangiato di fatto da noi sotto la sua guida. Lui è sound designer, la ricerca del suono è sua. Abbiamo registrato due brani a Palermo nell’Indigo Studio e tutti gli altri a Lecce, a Sudestudio, un posto pazzesco».
I suoi genitori le hanno dato consigli?
«Sono rimasti al di fuori, facciamo generi diversi. C’è sempre stato il loro supporto emotivo, che va avanti dall’inizio. Naturalmente hanno ascoltato i pezzi. Sono molto felici che sia un disco suonato, fatto da musicisti veri».
Un solo pezzo in inglese, How things change, e un duetto, Stare svegli, con Samuele Barracco. Come è stata costruita la scaletta?
«Stare svegli l’abbiamo scritta insieme tantissimo tempo fa senza intenzione di inserirla da nessuna parte. La scelta della scaletta è stata follemente organica, abbiamo preso pezzi di cose scritte in questi anni e abbiamo deciso di inserirle. Alcuni brani ho dovuto combattere con me stessa per riuscire a cantarli, perché portavano con loro l’immaturità della scrittura e l’insicurezza giovanile di quel periodo. Dani è stato fondamentale nel trasformarli in qualcosa di nuovo. Era difficile tornare dentro la pelle di quando li ho scritti, stavo così male in quel periodo».
Perché stava male? Era in un momento di crescita, era stata travolta dall’esperienza di X Factor…
«Domanda complicata... entrambe le ragioni. Per la sensazione di solitudine vissuta a X Factor, per aver interrotto la scuola ed essermi trasferita in una nuova città, tra Rho e Milano, per la sensazione soffocante di non conoscere nessuno mentre tutti conoscono te, per le bugie del mondo discografico e una specie di terrorismo psicologico legato al fallimento. La mia fortuna è essere sempre stata innamorata dalla musica e pensare che prima o poi sarei riuscita a tornare a fare quello che amavo, riuscire a vedere una luce in fondo al tunnel. Questo purtroppo non succede a tanti ragazzi. Non ne esci illeso da questi tradimenti, da queste ferite, io sono ancora lesa, ma ne sto uscendo grazie alle persone meravigliose che ho incontrato».
Il brano che dà il titolo all’album, Silenzio, è quello che più la rappresenta?
«In realtà questo è il miracolo dell’arte, sia quella gigante che l’arte più piccola. Tutto il codice artistico ha il superpotere di mutare segno alle cose. Quando ho scritto Silenzio per me era una semplice canzone d’amore che parlava di un sentimento giovanissimo non corrisposto. Questo amore, adesso irrilevante nella mia vita, si è trasformato in altro, allora parlava di un piccolo lutto adolescenziale, mentre ora esprime un lutto più grande, per un nonno straordinario morto nel 2020 quando ero a X Factor, una perdita difficile per la mia famiglia, e il lutto per un caro amico morto qualche mese fa (la voce di quando era ragazzino, all’inizio dell’intro, è un omaggio a lui, ndc). Il lutto è una spropositata quantità di amore che non puoi più indirizzare. C’è poi il lutto interiore, la perdita della giovinezza, il piangere una versione di te che poteva essere più felice e non c’è riuscita. Si parla di tante perdite e del perdono che ne consegue. Un po’ in tutto il disco ricorre questa carica emotiva. Questa trasformazione è avvenuta in tutte le canzoni del disco, nate da una spinta giovanile e ora trasformate in qualcosa di più importante e che prenderanno la forma che deciderà chi le ascolterà».
Anche la copertina rappresenta un gesto di silenzio, con la pazienza dell’ago e filo. Di chi è l’opera?
«Di Lella Povia, una grafica che nel tempo libero ha la passione del cucito grafico e dell’uncinetto grafico. È stata gentile nel concederci questo suo momento di vera gioia, ci ha regalato un pezzo del suo hobby mettendolo al servizio di una copertina che amo molto e che rispecchia il concetto di un album interamente fatto a mano, artigianalmente, dalla musica alla promozione alla grafica».
Farà concerti per presentare l’album?
«Ci sono due date ad aprile, l’11 a Milano e il 16 a Roma. Ma spero che in Abruzzo a fine marzo ci sia la data zero, ci teniamo tutti».
Fino all’uscita dell’album tanti si chiedevano che fine avesse fatto Casadilego dopo la vittoria a X Factor. Qualcuno ha temuto che lei fosse una delle tante giovani meteore della musica. Si è mai sentita così, lanciata, sfruttata e poi dimenticata dal sistema dello spettacolo?
«Sono stata terrorizzata, perché questa preoccupazione del pubblico era quasi una speranza sadica che scomparissi. A volte il pubblico può essere cattivo. Sono stata sfruttata in modo sbagliato dall’industria musicale, volevano trasformarmi in qualcosa che non volevo essere. Qui andrebbe aperta una lunghissima parentesi, ma la risposta breve è sì. La risposta lunga è che il pubblico di massa non è più educato all’arte ma è abituato solo all’intrattenimento e quando la musica non lo è scompare. Invece le persone dovrebbero essere coraggiose e permettere agli artisti di essere tali, ma questo costa tempo, soldi, fatica. La colpa alla fine è solo dell’artista, sei tu uno sfigato e non si pensa alle mancanze del sistema e a quanta bella musica potrebbe avere spazio».
Nel disco si colgono riferimenti alla natura. Quanto ha contato essere cresciuta in un paese come Montorio al Vomano alle porte del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, in una terra come l’Abruzzo con tante aree protette?
«Le mie radici sono state la mia salvezza, è stato straordinario capire come stando lontana dall’Abruzzo mi sia innamorata delle mie origini, della famiglia, degli affetti. Pensare all’Abruzzo, alle montagne, alla mia gente è stato fondamentale per non affondare e per riconnettermi a una patria che è provenienza, che parla di antenati che sono la tua protezione e storia, il tuo esercito di luce. Riconnettermi alla mia regione stando fuori da essa mi ha permesso di tenermi a galla e non perdere identità. La nostalgia è stata fondamentale».
Che rapporto ha con la musica tradizionale abruzzese?
«Non così profondo, perché la mia crescita musicale è stata classica, ho respirato la musica colta e la musica suonata dai miei genitori, bossanova e jazz. Però ogni estate andiamo ad Arsita (per la festa di musica popolare Valfino al Canto, ndc), una manifestazione a cui sono molto legata, ballo bene il saltarello, ci ho portato anche il mio ragazzo siciliano».
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