In tv i giovani boss di “Suburra”

5 Ottobre 2017

Dal domani in 190 Paesi la prima serie tutta italiana di Netflix

«Roma non si governa, al massimo la si amministra». «Non c'è più niente di sacro». Suburra - La serie, primo prodotto interamente italiano targato Netflix (prodotto da Cattleya in collaborazione con Rai Fiction, andrà in onda su Rai2 tra 15 mesi), sarà disponibile sulla piattaforma a partire da domani. Attesi sono 100 milioni di abbonati davanti allo schermo sparsi in 190 Paesi.
Michele Placido, con Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi dietro la macchina da presa dei 10 episodi basati sul film di Stefano Sollima e tratti dal romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, supervisione editoriale Daniele Cesarano e Barbara Petronio.
La Chiesa, lo Stato e la criminalità organizzata si scontrano, confondendo così i limiti della legalità e dell’illecito nella loro feroce ricerca del potere. Al centro della storia tre giovani uomini: Numero 8, Spadino e Lele, diversi per origine, ambizioni e passioni, che saranno chiamati a stringere alleanze per realizzare i loro più profondi desideri. E a tornare nei panni di Numero 8, dopo essere già stato nel cast del film, è il padrino-cerimoniere della Mostra di Venezia, Alessandro Borghi. «Ho dovuto smontare il Numero 8 del film e ricostruirne un altro meno consapevole del concetto di potere, visto che il personaggio nella serie è molto più giovane e inesperto, oltre che inserito in dinamiche familiari», racconta Borghi, che nella serie ha una sorella “forte” di nome Livia (Barbara Chichiarelli). «Ci siamo trovati molto bene con Alessandro e tutto il gruppo a lavorare», dice l’attrice, « io nella vita sono allenata da anni a fare la sorella maggiore».
Roma è al centro di questa storia, dove elementi di realismo vanno a fondersi con quelli della fiction e del racconto, «ma attenzione a parlare di fantasy», precisa Placido, «anche se non è un manuale sempre al vissuto ci si ispira».
Suburra: La serie si presenta come un racconto di formazione in cui vediamo i protagonisti giovani, prima che tutto ebbe inizio. Borghi dice di essere stato aiutato dal trucco e dalla capigliatura, ma di aver fatto un lavoro di sottrazione per interpretare un ruolo più giovane rispetto al film, il risultato è pura qualità: nei panni del giovane Numero 8, qui semplicemente Aureliano Adami (ucciso nel film), viene riportato in vita. Violento e con poca testa, ma assai fragile dovrà combattere prima di tutto contro se stesso per imparare come si scala il potere della malavita. Con Spadino lo zingaro (un eccellente Giacomo Ferrara) e Lele affascinato dai soldi (Eduardo Valdarnini) un’alleanza per mettere a ferro e fuoco la città. «Tre personaggi diversi per origine», aggiunge Ferrara, «ambizioni e passioni si mettono insieme per realizzare i loro desideri più profondi». Lele è un nuovo personaggio. Ma se è facile cedere al fascino criminale, diverso è sopravvivere a pugni e cazzotti. È figlio di un poliziotto, ma è nei guai con il Samurai (che nella pellicola aveva il volto di Claudio Amendola mentre qui ha quello di Francesco Acquaroli che confessa di non aver voluto vedere prima delle riprese il film di Sollima per non farsi condizionare). Le colpe dei padri ricadono sui figli. I propri o quelli degli altri. Alcuni finiscono anche con l'uccidere i loro padri.