L’irresistibile ascesa di Coez, il rapper che fa casino

Esce da Arcana una biografia dell’artista romano che da ragazzo sognava l’America dei neri
Dischi d'oro e di platino. Un palazzetto dello sport a Roma pieno fino all'ultimo posto per due sere di fila (lo scorso 3 e 4 febbraio). E sold out conquistati uno dietro l'altro un po’ in tutta Italia.
Se il nome di Coez, fino a qualche tempo fa, era sconosciuto ai più, oggi il rapper dalle venature pop, anche grazie ai social e ai nuovi media, si è preso una bella rivincita, raccogliendo con l'ultimo album «Faccio un casino», i frutti di una lunga, lunghissima gavetta.
Quella che, in tempi usa e getta dei talent, sembra ormai in via d'estinzione e che il giornalista Mattia Marzi, 24 anni è redattore di Rockol, ripercorre, con uno stile immediato e diretto, nel suo libro «Tu lo conosci Coez?», edito da Arcana Edizioni, il secondo volume della collana dedicata ai “Cantautori del Duemila”.
La storia, tra biografia e romanzo, di un giovane timido e chiuso in se stesso, che trova nella musica sfogo e soddisfazione, non senza difficoltà. «I media tradizionali - televisione e radio - di Coez proprio non ne volevano sapere: non era abbastanza rap per entrare in certi circuiti e non era abbastanza pop per il pubblico generico», si legge nell'introduzione.
Però lui, Coez, all'anagrafe Silvano Albanese, romano di Roma, ma nato per qualche caso della vita in provincia di Salerno, non si è lasciato scoraggiare e il successo l'ha inseguito caparbiamente, guadagnandoselo con i denti.
Dai centri sociali e dai piccoli club romani ai palasport, dai graffiti in giro per la capitale (che firmava appunto con il nome rotondo di Coez) alle collaborazioni con altri rapper.
«Io non lo so che sta succedendo, ma, che l'idea piaccia o no, oggi mi siedo al tavolo dei grandi», scriveva qualche tempo fa sul suo profilo Facebook (seguito da oltre 270 mila persone, in continua crescita).
E proprio da questa frase parte il racconto a ritroso di Marzi. Eccolo tornare adolescente, quando ai libri di scuola comincia a preferire la musica, quella dura, rap, dei neri d'America. L'inizio è tutto lì, in quella prima folgorazione che non lo abbandonerà più.
I primi tentativi con un paio di amici, le prime rime scritte nella sua camera, i primi live con i Circolo Vizioso, poi la crew con i Brokenspeakers, fino a spiccare il volo, tra paure e incertezze, cercando e trovando la cifra della sua espressione artistica da solista, in un panorama come quello del rap capitolino molto vivace ed eterogeneo. La svolta arriva con «Non erano fiori», la consacrazione con «Faccio un casino».
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