La Commedia che ci porta a colloquio con ladri e sapienti, assassini e papi

24 Marzo 2021

PESCARA. Come tutti i capolavori la Commedia è figlia del suo tempo e in esso trova radici e storia; ma appartiene di buon diritto alla letteratura universale. E ci interroga, proiettando sul...

PESCARA. Come tutti i capolavori la Commedia è figlia del suo tempo e in esso trova radici e storia; ma appartiene di buon diritto alla letteratura universale. E ci interroga, proiettando sul presente una luce straordinaria. Dante incontra tante creature nel suo viaggio fino a Dio: si confronta con gli umili, coi sapienti, coi poeti e con i ladri, con gli assassini e con i traditori. Conosce donne bellissime e perverse, fa sogni dolcissimi o angoscianti. Mondo reale e irreale si fondono in una mistura unica che ci rimane a lungo nella memoria. Lo stesso schema metrico della terzina sorregge l’architettura che diventa sempre più complessa: tre regni e tre cantiche diverse per colori, suoni, atmosfere e struttura, personaggi, lingue, colonna sonora. Senza ripetersi mai come non ripete mai una rima.
Un’opera di alta fantasia, di incredibile ingegno. Ma Dante non fa solo questo: ci fa appassionare ai suoi personaggi, provare pietà per Francesca, ribrezzo per Cerbero, tenerezza per Pia o per Romeo, complicità per il folle volo di Ulisse, compassione per Ugolino; ci porta a colloquio con i personaggi della storia, imperatori e saggi, poeti e filosofi ma si ferma anche a parlare con gli sconosciuti. Ci fa sentire la dolcezza della primavera, il caldo infernale e il ghiaccio, la nebbia e la neve; camminare lungo sentieri scoscesi da capre o nei dolci giardini del paradiso terrestre. Le sue parole stanno nelle nostre parole: l’Italia, e gran parte dell’italiano, esistono già nella Commedia. Ci fa sentire rabbia, disperazione, la tristezza dell’esilio; bestemmie e parole ingiuriose, canzoni e preghiere. Ci fa pensare, riflettere. Mentre viaggiamo con lui, con Virgilio e Beatrice, avremmo anche noi tante domande da fargli. Ma lui tira dritto e quando noi vorremmo indugiare su quel canto, su quel personaggio, Durante è già immerso nel successivo, ci propone altre storie. Sappiamo che arriverà in alto e che il suo vero desiderio, il culmine del viaggio, la sfida al suo linguaggio, sarà l’incontro con Dio. Se lo seguiamo a fatica, discepoli sbadati, se ne accorge e ci rimprovera. La Commedia è così. Si può gustare a morsi e a sorsi, avanti e indietro tra le cantiche; in ordine, un canto dopo l’altro, stabilendo alleanze e analogie. Riaprirla dopo anni e ritrovarne il sapore, scoprirne di nuovi. Ma bisogna chiudere una porta, e mettersi in ascolto. Leggere e rileggere un canto, un verso: solo allora si sprigiona la musica nella sua intera complessità e bellezza. Possiamo sentirci spersi e smarriti come lui, in una selva oscura: ma la speranza si fa strada tra l’ intrico di quei rami. Può essere il sole, Virgilio, un amico, una persona che ci offre una soluzione inaspettata; qualcuno che ci ama o che ci ha voluto bene, ed ora è un’ombra, tra le tante ombre luminose.
La speranza ci affianca, nel cammino, anche quando il nostro corpo è rotto, piegato e piagato dalla fatica. Dice proprio così, nel secondo canto del Purgatorio : “ noi eravamo lunghesso mare ancora/ come gente che pensa al suo cammino / che va col cuore e col corpo dimora”. Il cuore è già arrivato lì, dove desideriamo, prima dei nostri piedi. E continua a chiamarci.