La Costituzione violata nell’Italia che resiste

Il giornalista di “Piazzapulita” Alessio Lasta pubblica un libro sui diritti negati Il capitolo “Terra bruciata” è dedicato alla scoperta della discarica di Bussi
«Abbiamo la Costituzione più bella del mondo ci dicono nelle cerimonie di Stato e nei dibattiti tv, ma alcuni suoi articoli restano, ancora oggi, lettera morta. Dobbiamo fare i conti con la penuria di case popolari, con il taglio agli assegni di cura dei malati gravi. Ma anche con i crac delle banche e le truffe ai risparmiatori, con le astuzie degli evasori fiscali e con la tassazione che spreme sempre gli stessi, fino ad arrivare alle morti dei lavoratori senza diritti nelle serre del nord. Eppure c’è un’Italia che resiste».
Si chiama proprio così, «La più bella», il libro (288 pagine, 15 euro, edizioni Add) che Alessio Lasta ha da poco pubblicato. È un saggio composto da più capitoli, ognuno dei quali è dedicato a una violazione dei diritti enunciati nella Costituzione italiana, il libro di Lasta, giornalista e inviato del programma televisivo “Piazzapulita” de La7 (la prefazione è stata scritta sa Corrado Formigli che di quel programma è il conduttore). Per la televisione Lasta ha raccontato l’Italia degli ultimi e quella dei furbetti, la crisi del Nordest e il crac delle banche. Lasta ha vinto diversi premi giornalistici, tra cui il premio “Ilaria Alpi e il premio “Giornalisti del Mediterraneo”.In questo libro ha incontrato le persone che lottano per veder riconosciuti i loro diritti. Ogni storia si chiude con un articolo della Carta disatteso. Uno di questi capitoli, intitolato «Terra bruciata», è dedicato alla discarica di rifiuti pericolosi a Bussi in provincia di Pescara, da anni al centro di polemiche e processi.
Ne pubblichiamo l’incipit.
«“Sulla sponda destra del fiume Pescara, all’altezza della stazione ferroviaria di Bussi, coperta dalla vegetazione e praticamente dimenticata c’è una discarica realizzata molto tempo fa, contenente rifiuti chimici dello stabilimento ex Montedison”. Così aveva detto Alfio Moscarella, un operaio che per molti anni aveva lavorato alla Montedison e che aveva continuato a farlo anche con la nuova proprietà, la Solvay, quando il 15 maggio 2007 si era presentato al comandante della guardia forestale di Popoli, in provincia di Pescara, per dirgli quello che, fino a quel momento, aveva taciuto a tutti: il punto preciso in cui la Montedison di Bussi sul Tirino, 344 metri sul livello del mare e 3500 abitanti in provincia di Pescara, aveva riversato, nei decenni, gli scarti della lavorazione chimica di quello che era il più grande complesso produttivo della zona. Veleni come mercurio, piombo, tetracloruro di carbonio, idrocarburi policiclici aromatici, esacloretano, cloruro di vinile, clorometani: tutti stoccati in alcune vasche accanto al fiume Pescara. “È sicuro di quello che sta dicendo? Sono accuse molto gravi”, gli aveva risposto il comandante della Forestale. “Al cento per cento. Ho lavorato prima alla Montedison, poi all’Ausimont,53 ora sono uno degli operai riassorbiti dalla nuova proprietà Solvay. Vi posso garantire che se volete davvero scoprire il più grosso bacino di scorie di tutta quell’area basterà che andiate a verificare”».
«Il comandante aveva capito che l’uomo faceva sul serio. Il suo racconto era troppo circostanziato per essere inventato. E poi cosa ci avrebbe guadagnato un operaio della fabbrica a far rinvenire un deposito di stoccaggio di scorie di produzione chimica inquinanti? Per questo decise di andare a fondo e comunicò la notizia alla procura di Pescara. Si iniziò così a scavare nel sito indicato riportando alla luce le scorie chimiche, essenzialmente composte dalle cosiddette “peci clorurate” e da altri prodotti organo-clorurati, sondando il terreno in lungo e in largo, come si fa quando si vuole avere un’idea di cosa c’è sotto un’area estesa circa quattro ettari. Le indagini furono effettuate attraverso sondaggi profondi circa sei metri, realizzati con scavatore e pala meccanica procedendo a tentativi, sebbene negli archivi della fabbrica fosse conservata una mappa precisa in cui venivano indicati i luoghi della collocazione delle vasche scavate per mettervi i rifiuti. La mappa era del 1972 e indicava il punto esatto in cui la Montedison, per anni, aveva smaltito le peci clorurate che scivolavano nel fiume Pescara, inquinando dunque il corso d’acqua e tutta la valle».
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