La giovinezza accresciuta di Giuseppe Rosato

14 Maggio 2019

Oggi alla Casa di conversazione di Lanciano si celebrano gli 87 anni dello scrittore con la presentazione di un libro di poesie in dialetto e di un volume di vignette

Jurne e jurne, giorni e giorni – in quel dialetto lancianese che Giuseppe Rosato ha eletto a lingua dell’anima ed elevato nella stratosfera poetica, quale altissima voce della contemporaneità – si intitola la sua nuova raccolta di poesia pubblicata con Raffaelli editore (61 pagine, 15 euro) e che una nota di copertina firmata da Franco Loi impreziosisce.
Il libro sarà presentato, oggi, in coincidenza con l’87esimo compleanno dello scrittore, nella Casa di conversazione della sua città, Lanciano. L’appuntamento è fissato per le 18. Insieme con “Jurne e jurne” sarà presentato anche un altro volume dello scrittore, intitolato “Giuseppe Rosato 87” che raccoglie 87 vignette umoristiche di Ros, lo pseudonimo dell’autore. Le vignette, spiega lo scrittore, in una breve introduzione, «si datano arretrando fino al 1948, distribuendosi poi qua e là per stagioni variamente prolifiche». Si tratta di vignette in parte inedite e in parte già pubblicate su settimanali, quotidiani, cataloghi e antologie, come Il Travaso, Domenica Quiz, il Resto del Carlino, il Pasquino e la Gazzetta di Pescara.
Si ha un imbarazzo quando vede la luce un nuovo libro di questo indomito ottantasettenne fanciullino, animato non solo da pascoliano stupore per il mondo (quale ha modo, intatto, d’esprimersi ad esempio per la neve: “Facè cagnà lu sòne a le campàne/ le nenguènte, parève ca nu mante/ je se pusève ‘n colle, o ca sunéve/ da nu fònne de mare…E la voce de Ddìje/ s’accujaté esse pure, a lu selènzije,/ ‘ncantàate mmèzz? A tutte chelu bbianche”- “Faceva cambiare suono alle campane/ la nevicata, sembrava che un manto/ si posasse loro addosso o che suonassero/ da un fondo di mare…/ E la voce di Dio/ si acquietava anch’essa, nel silenzio/ incantata in mezzo a tutto quel bianco”); ma animato, ancora, da una divertita contemplazione/censura del mondo d’oggi (ed ecco allora, in altra poesia, l’elogio della… sordità di cui la vecchiaia fa grazia ad altri, non al poeta, costretto a sentire “jurnate de parole” senza senso, straripanti persino nella notte, senza rispetto per il sonno, da “tant vocche apiìrte”). L’imbarazzo deriva dal fatto che ogni raccolta di Rosato è una successione di poesie splendide, per cui non si quale scegliere, proporre o amare di più. Ogni selezione è arbitraria. Ogni mancata segnalazione, per ragioni di spazio, un rimpianto. Con lui bisognerebbe praticare il silenzio della terra sotto la neve e dire: è stato pubblicato un nuovo Rosato, rimandando a una lettura integrale del nuovo libro.
Un tema di Jurne e jurne, come scrive Franco Loi, è certo, la restrizione, la maggior “privatezza dei luoghi – le stanze, il telefono , il letto, le finestre, la casa”, l’ubi consistam imposto da quella che può orgogliosamente chiamarsi una splendida vecchiaia, dopo tanta frequentazione del mondo in veste di poeta, narratore, docente, uomo mediatico, la cui attività è sin dagli albori stata segnata da importanti riconoscimenti nazionali; frequentazione che prosegue tuttora, e il cui orizzonte ultimo è con tale giocondità evocato e preso in giro, da far ravvisare in questa poesia una giovinezza accresciuta da ottantasette primavere, che non fa rimpiangere i verdi anni; una giovinezza di jurne in jurne più lucida, come smalto levigato e ripulito di tessere di un antico mosaico, per restituire oro all’oro, azzurro all’azzurro, rosso al rosso. E’ sentimento del tempo, tutto questo? Sì. O è forse dinamica del genio senza tempo? Sì - meglio. Nel senso che Giuseppe Rosato dal tempo è solo reso più giovane e più ricco; talchè ciò che sta alle spalle - come la foto del poeta neonato sul comò, dagli occhioni sgranati contro il mondo e come impauriti (“lu pòvere cìtele che mò me guèrde/ da stu retratte sopr’a lu cumò/ ugne matìne, ss’ùcchie / gne ‘mpavurite”) - rende più ordinario del magnetismo emanato dalle successive foto dell’uomo padre, nonno, poeta, osservatore e captatore della vita, in un continua giocosa sfida poetica con essa.
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