La Grande guerra combattuta da uomini e donne d’Abruzzo

11 Gennaio 2020

A Lanciano la proiezione del film “Fucilateli” con i registi Zarpellon e Lorenzato «Operazione di verità su un tema che oggi smuove le coscienze ma ieri ignorato»

LANCIANO. «La fucilazione è una dolorosa necessità, per rialzare e rafforzare lo spirito dei combattenti» affermava in una circolare il generale Luigi Cadorna, capo supremo del Regio Esercito fino alla disfatta di Caporetto.
Una pagina oscura della Grande Guerra, quella sulla giustizia militare sommaria, viene letta dal documentario “Fucilateli – Commissione d’inchiesta su Caporetto 1918-19” scritto e diretto da Manuel Zarpellon e Giorgia Lorenzato e prodotto da Sole e Luna Production. Il film, che cerca di far luce sulle centinaia di fucilazioni di propri soldati e ufficiali da parte dell’esercito durante la Grande Guerra e fino al 1919, sarà proiettato lunedì 13 (alle 18.30) e martedì 14 (alle 20.30) al cinema Ciak City di Lanciano.
A entrambe le proiezioni interverranno i due autori, che stanno portando in giro per l’Italia questo lavoro frutto di tre anni di ricerche, concentrate soprattutto sui documenti ufficiali militari a lungo secretati. “Fucilateli” (70’), patrocinio del ministero della Difesa e certificazione storico-scientifica dell’università di Padova, racconta quanto avvenne soprattutto nei mesi successivi alla disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, quando furono fucilati dopo giudizi sommari centinaia di militari. In alcuni casi erano effettivamente responsabili di omicidi e altre violenze contro la popolazione civile, ma più spesso, spiega il documentario, si trattava di soldati sbandati, che si ribellavano, disertavano, si automutilavano, passavano come spie al nemico. Condotte che nell’esercito di Cadorna come in quello del successore Diaz non furono perdonate.
A quei morti senza nome assenti da sacrari e commemorazioni vuol rendere giustizia il film, «con un’operazione di verità», sottolineano Zarpellon e Lorenzato, «su un tema che oggi smuove le coscienze, ma all’epoca era di poca rilevanza per le gerarchie militari e per l’opinione pubblica. La libertà, le garanzie giudiziarie e la cultura di cui oggi godiamo erano estranee a un’Italia per il 90 per cento analfabeta». I due filmaker, già autori del documentario “Cieli rossi, Bassano in guerra” (2015) e dei contenuti multimediali del Memoriale Veneto Grande Guerra di Montebelluna, spiegano al Centro com’è nato questo lavoro che chiude idealmente, dopo 100 anni di dubbi, i lavori della Commissione d’inchiesta sul disastro di Caporetto presieduta dal generale Carlo Caneva e promossa dall’allora presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, istituita nel gennaio 1918 e chiusa a inizio 1919.
Narratore in “Fucilati” è il giornalista Stefano Amadio, suoi interlocutori Marco Mondini, docente dell’ateneo di Padova, il procuratore militare Marco De Paolis, gli storici Irene Guerrini e Marco Pluviano. Documenti ufficiali, foto e filmati d’archivio sorreggono il racconto, accompagnato dalle musiche di Marco Testoni. «Abbiano cercato di dare un contributo alla verità, senza preconcetti. Abbiamo fatto parlare la documentazione originale e solo dopo un lungo percorso di studio abbiamo sottoposto una sceneggiatura agli storici. Siamo partiti dalle fonti edite, i testi degli storici della Prima Guerra mondiale, per poi affrontare le fonti inedite degli archivi storici. Un ruolo fondamentale hanno avuto le migliaia di carte dell’Aussme, l’Archivio Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, con i carteggi inediti della Commissione d’inchiesta su Caporetto, sulle fucilazioni e i processi sommari. Migliaia di testimonianze scritte. Solo nei primi anni del Duemila è stato tolto il segreto a questi archivi». Un materiale fertile di notizie sulle responsabilità del disastro, la sorte della popolazione civile occupata dopo la rotta di Caporetto, la sorte dei prigionieri. Domande che escono fuori nelle proiezioni pubbliche, specie quelle per le scuole.
A Zarpellon e Lorenzato non risultano fucilazioni di militari abruzzesi, presenti in massa al fronte. «Abruzzo e Molise diedero in percentuale il più alto numero di coscritti fra tutte le regioni italiane, il 94 per cento di mobilitati effettivi. Anche le donne abruzzesi fecero la loro parte, le “madrine di guerra” si attivarono in associazioni per aiutare come potevano i soldati al fronte, fornendo indumenti di lana e viveri, e aiutando i civili rimasti nel territorio. Inoltre in Abruzzo furono costituiti due grandi campi di concentramento a Sulmona e Avezzano per i prigionieri austro-ungarici».
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