La Malacarne Donne in manicomio nell’Italia fascista

21 Gennaio 2018

Il libro della ricercatrice teramana Annacarla Valeriano «Racconto le vite perdute fra le mura degli ospedali psichiatrici»

Madri snaturate, figlie ribelli, ragazze violentate, bambine abbandonate, donne travolte dalla guerra: persone, diremmo oggi, semplicemente fragili e indifese, donne interrotte e vittime. Da proteggere e sostenere. E invece tutte finite tra le mura dell’ospedale psichiatrico di Teramo: in 3.396 tra il 1881 e il 1950, e i ricoveri non finirono lì. Sono le protagoniste, osservate con amorevole cura dall’autrice, del volume “Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista” della teramana Annacarla Valeriano, ricercatrice della Fondazione dell’Università di Teramo, pubblicato a fine novembre da Donzelli Editore e già alla seconda ristampa. Il libro, che incrocia in questo 2018 il quarantennale della legge Basaglia abrogativa dei manicomi, segue di tre anni il precedente lavoro di Valeriano, il potente “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo 1880-1931” (Donzelli). “Malacarne” ricompone vite annullate di donne etichettate come “devianti”, anche attraverso le loro fotografie e lettere.
Da dove viene il titolo “Malacarne”?
Carne si riferisce al corpo. Nelle cartelle cliniche si nota un’attenzione particolare al corpo delle donne, sia dal punto di vista scientifico-medico che dal punto di vista “laico”, della società. Mala perché si tratta di corpi che non funzionano, biologicamente e moralmente. Finisce in manicomio tutto ciò che non funziona, caricato di significati patologici. L’esuberanza, l’intemperanza, l’inadeguatezza fisica, la non conformità agli stereotipi culturali e alla norma diventano un segno di malattia.
Quanto tempo ha richiesto la ricerca e su quali fonti si è basata?
Ho iniziato subito dopo la pubblicazione di “Ammalò di testa”. Già lavorando a quel libro mi ero resa conto che esisteva un capitolo a parte sulle donne. La ricerca mi ha impegnato circa tre anni. Fonte privilegiata è stato il corpus documentario dell’ospedale psichiatrico di Teramo, confrontato con le fonti a stampa, le riviste fasciste, i documentari dell’epoca. Ho lavorato incrociando queste voci, che hanno restituito un quadro corale.
Il culmine del processo di reclusione si ha sotto il fascismo, si legge nelle sue pagine.
Sotto il regime fascista aumentano gli internamenti perché vengono edificate nuove strutture manicomiali e perché c’è una tendenza a ricoverare. Si assiste però anche al tentativo di curare all’esterno, con la creazione dei dispensari di igiene mentale. Come quello di Teramo, istituito nel 1928. Nei dispensari venivano accolte le persone più facilmente curabili. Per tutti gli altri casi si aprivano le porte del manicomio, soluzione definitiva. Nei primi anni del fascismo si assiste a una stretta repressiva sulle condotte delle persone, secondo la logica segregativa del regime.
Nel suo libro evidenzia anche una complicità tra famiglie e medici.
Il manicomio accoglieva istanze che venivano spesso dalle famiglie. Nelle donne l’anomalia di comportamento consisteva nell’incapacità di rispettare il ruolo di mogli e madri, di assolvere i compiti di accudimento nella famiglia. E questa incapacità di rispettare l’ideale di sposa e madre esemplare viene patologizzata e medicalizzata soprattutto nel ventennio fascista, quando si specializza la funzione della famiglia come organismo alla base dello Stato.
Come si esce da una ricerca così coinvolgente?
Non se ne esce. Chi conduce una ricerca dovrebbe essere obiettivo. Ma queste sono fonti particolari, non sono atti notarili. Sono persone le cui vite si spengono dentro il manicomio. Nelle cartelle cliniche si vede come da esuberanti e ribelli diventino docili, ubbidienti, remissive. Le notizie si fanno sempre più scarne nelle cartelle, fino alla morte. Sono storie che continuo a tenermi dentro. Ma che mi permettono di guardare alla vita, al passato, alle persone con uno sguardo diverso. La diversità, come la normalità, è un concetto variabile e fragile, che può rompersi nelle tue mani.