«La mia missione è la memoria»
Intervista del Centro allo scrittore premiato a Pescara nel novembre del 2013
PESCARA. Luis Sepúlveda è uno degli autori più apprezzati della letteratura latinoamericana. Cileno classe 1949, è stato anche attivista politico, arrestato quale membro della guardia di Salvador Allende e avversato fino all'esilio dal regime di Pinochet. Un uomo del sud, si definisce, che ha spiegato al nord del mondo come sia fondamentale il dialogo tra le diversità. E infatti il premio NordSud per la Narrativa, conferitogli dalla Fondazione PescarAbruzzo col libro “Ingredienti per una vita di formidabili passioni”, premia l'opera di intellettuali che favoriscono il dialogo tra gli opposti della Terra.
Quali sono secondo Sepúlveda gli argomenti critici della globalizzazione?
Negli anni ho partecipato con Greenpeace a tante azioni definite "antiglobalizzazione" che mi sono sempre rifiutato di chiamare così perché la globalizzazione è ancora un concetto di difficile comprensione; non accetto che lo si riduca all'idea di una globalizzazione economica, il mercato neoliberista intendo, che oggi è alla base di un sistema mondiale ingiusto. Come possiamo parlare di confronto tra nord e sud, di globalizzazione, se a Lampedusa arrivano cadaveri di africani in fuga dal proprio Paese dove è negata loro una vita sostenibile? L'unico significato accettabile è quello della globalizzazione dei diritti umani, senza non può esistere alcun mondo globale.
Nel suo romanzo "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" emerge un messaggio di tolleranza, superamento dei pregiudizi, solidarietà, quali valori per una migliore vita sociale. Che significato assumono nella quotidianità?
Sono tutti valori universali che però hanno sempre bisogno di essere ricordarti. Come scrittore e anche come cittadino sento la responsabilità di ricordarli nei miei libri, perché sono l’unica via per una convivenza riuscita tra le specie, tra gli uomini, in pace e serenità, specialmente in questo periodo in cui ancora tanti popoli, nonostante le conquiste della democrazia, che definisco appunto relativa, non riconoscono sempre con rispetto l’altro, spesso con episodi tremendi.
Si riferisce ai revival totalitaristici e all’intolleranza razziale?
Sì, la prima cosa è capire qual è l'origine di questi gruppi, penso al Fronte Nazionale francese, al Nationaldemokratische Partei tedesco o alla Lega Nord in Italia, che vivono di una semplificazione terribile della verità. Questo è un peccato della democrazia che non ha saputo spiegare a tutti quanto sforzo umano è costata la libertà europea. E questa mancanza di memoria permette a quei gruppi di emergere portando avanti idee che negano agli Stati e ai popoli la complessità delle relazioni umane, così che la soluzione più facile diventa l’odio e l’esclusione del diverso, dello straniero.
Nel suo libro “Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza”, c'è un invito a recuperare il senso del tempo, il valore della lentezza. Ha detto che è una risposta a una domanda di suo nipote. Che rischio corrono le nuove generazioni?
Il grave rischio di perdere la possibilità di scoprire nuove forme di rapporti umani. Ormai siamo tutti vittime del mito della velocità, internet facilita l’accesso a innumerevoli informazioni ma ciò non significa sempre poter conoscere di più e meglio, perché l'informazione è sempre stata determinata da un gruppo di persone, come gli scrittori, i filosofi, i giornalisti, che comunicavano criticamente al mondo idee e notizie. Invece oggi questa “velocità” impone spesso informazioni prive di contenuti dettati da questo processo critico. Il mio appello con questo libro è di rivendicare la lentezza, per tornare a decidere consapevolmente della direzione da dare alla propria vita.
Cosa pensa del nostro Ennio Flaiano?
Lo ammiro, è stato uno dei migliori sceneggiatori di tutta la storia del cinema, era un poeta, un maestro di drammaturgia, una figura veramente rilevante del nostro tempo.
E di D’Annunzio?
Diciamo che la sua opera non mi è piaciuta.
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