La sfida di Luciano Odorisio al tempo beffardo

7 Luglio 2018

Il regista teatino presenta a Chieti il suo primo libro “Non invecchieremo mai”. Letture affidate ad Andrea Roncato

CHIETI. «Un mondo di ricordi che diventano piccole storie, frammenti di vita, fantasie, malinconici sguardi su ciò che il tempo ha consumato». La sintesi è nella prefazione di Renato Minore, “Non invecchieremo mai” il titolo del primo libro del regista teatino Luciano Odorisio che verrà presentato a Chieti domani 8 luglio alle ore 21 nel chiostro del convitto Giovambattista Vico.
Nel corso dell’incontro, condotto dal giornalista Renzo Labarile, sono previste letture a cura di Giancarlo Zappacosta e Alba Bucciarelli nonché interventi dello stesso Odorisio, dell’attore Andrea Roncato, del presidente dell’associazione “Noi del G.B. Vico” Stefano Marchionno e dello strittore ed editore Arturo Bernava.
Un libro che riflette tutta la personalità di Luciano Odorisio, due anni fa insignito dall’Università d’Annunzio dell’Ordine della Minerva «per aver saputo raccontare la provincia italiana nelle sue contraddizioni e velleità». Una personalità ironica, per certi versi dissacrante pur se costantemente sostenuta da grande sensibilità e dalla capacità di osservare, riflettere e far riflettere. Tra il coraggio di andar via e quello di restare lui ha scelto la strada dell’avventura e, magari, anche il piacere di ritornare. «Un libro in cui Odorisio prende il tempo, beffardo e crudele», scrive Francesca Borrelli, scrittrice e giornalista nella quarta di copertina, «e lo ferma sotto i nostri occhi come il fotogramma di un film trasportandoci in un mondo bizzarro, popolato da cowboys poco credibili, cavalli impazziti, ’mbriachi, gnoccolone eccessive e registi eccentrici. Aneddoti cinematografici che incrociano i ricordi dell’infanzia, comici quanto commoventi. Personaggi singolari, macchiette che racchiudono l’anima schietta e verace della vita di provincia, e figure da neorealismo accuratamente descritte, catapultate in contesti immaginari».
Voglia di sognare ed estrema concretezza in nove racconti in cui l’autore cerca di dare appunto spessore al ricordo restituendo intensità a ciò che sbiadisce nella memoria. «Set cinematografici», osserva Minore, «con sorprese, imprevisti, ritualità, piccoli eroi anche involontari, divi visti da vicino, facce, gesti e anche le ridicole prove su come andare per la prima volta a cavallo davanti alla macchina di ripresa fingendo esperienza e competenza inesistenti». E il critico letterario insiste: «Poi i ricordi della vita di provincia di cui Odorisio, da regista, ci ha dato un indimenticabile ritratto in quel piccolo gioiello che è stato “Sciopèn”. Una provincia vispa e anche un po’ addormentata in anni magici che la memoria protegge, recinta ed esalta con autentici cammei, come Passeretto, il drop out della villa comunale che, per cinque lire, regala l’incanto, la favola con il fischio di melodiosa dolcezza di un’ocarina».
Allegria e un forse inevitabile velo di nostalgia, dunque, nei mondi tratteggiati da Odorisio. Spaccati intensi, ironici quanto malinconici come quando scrive: «C’era buio nel vicolo, sprazzi in bianco e nero, i colori ce li avevamo addosso noi due, lei soprattutto. Quella notte, in un vicolo bianco e nero di Sperlonga, eravamo giovani e immortali. Non saremmo invecchiati mai. Dubi Dubi Du…».
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