La stampa democratica ai tempi di Mario Borsa

1 Aprile 2016

Oggi a Pescara la presentazione del libro di Alessandra De Nicola sul grande giornalista antifascista

PESCARA. Un giornalismo forte, libero, pluralistico avrebbe chiesto oggi, come ha sempre fatto, Mario Borsa (1870-1952), esponente di riferimento del giornalismo democratico del primo '900, cui è dedicato il ricco e documentato libro di Alessandra De Nicola, storica abruzzese, “La libertà di stampa è tutto - Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico” (Rubbettino-Università, 359 pagine, 19 euro). Di questo libro si parlerà, oggi alle 17.30, alla Fondazione Pescarabruzzoin corso umberto a Pescara, in un convegno cui parteciperanno l'autrice, il presidente della Fondazione, Nicola Mattoscio, Laura Pisano dell'università di Cagliari, il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, l'archivista e storico della Fondazione Corriere della Sera, Andrea Moroni. Coordina Antimo Amore, giornalista della Tgr Rai Abruzzo.

Borsa è morto nel 1952. Nato a Somaglia in Lombardia poco dopo l'Unità d'Italia, formatosi nella vicina Milano quale giornalista, dopo essersi laureato in lettere, Borsa fu per 25 anni esponente di riferimento del Secolo, il principale quotidiano della democrazia italiana. Costretto a dimettersi in seguito alla devastazione e fascistizzazione del giornale, si oppose ai decreti restrittivi della libertà di espressione del 23 e '24, scrivendo “Libertà di stampa”, pamphlet storico-politico subito messo all'indice dal regime; dopo aver ispirato l'ultimo congresso libero della Federazione nazionale della stampa, fu escluso dall'albo dei giornalisti passato in mano ai fascisti. Ma si era già accreditato a livello internazionale e poté sopravvivere grazie alla corrispondenza del prestigioso Times di Londra che tenne per tutto il ventennio. Sorvegliato, diffidato, internato a Vasto nel 1940 era schedato dal regime quale «italiano pericoloso».

Fedele alla sua concezione di giornalismo libero, nel periodo clandestino si espose in prima persona per mantenere in vita i quotidiani di informazione che in molti volevano allora cancellare a favore dei soli organi politici. Fu solo per un atto di caparbietà sua e di pochi colleghi che il Nuovo Corriere della Sera vide la luce il 26 aprile 1945, aprendo con un suo famoso editoriale intitolato “Riscossa”. Con un programma rinnovatore, ciellenista, europeista l'ormai settantacinquenne direttore portò il quotidiano di via Solferino su una linea progressista, ma le traversie non erano finite, col fascismo, per lui, in quanto tale linea risultò subito sgradita alla proprietà.

I contrasti e la coerenza integerrima lo condussero a rassegnare le dimissioni poche settimane dopo, nel maggio del 1946, non prima di aver titolato la storica edizione del 5 giugno “E' nata la Repubblica”.

Giovanni D’Alessandro

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