La storia di Maria, “Internata numero 6” a Lanciano

21 Ottobre 2020

Lo storico Orecchioni ripercorre in un libro la vicenda del diario romanzato della giovane ebrea

LANCIANO. Maria Eisenstein fu “L'internata numero 6” nel campo di concentramento fascista a Villa Sorge, Lanciano, dal 4 luglio al 13 dicembre 1940.
Di quella esperienza ha lasciato un libro sotto forma di diario con identico titolo, pubblicato a Roma nel 1944 e poi riedito successivamente. “L'internata numero 6” è stato paragonato al “Diario di Anna Frank”, anche se l’autrice ha avuto un destino migliore di quello della ragazzina tedesca. Ebrea polacca nata a Vienna, immersa nella cultura mitteleuropea di quella città, studiò a Firenze laureandosi in lettere e filosofia.
Gianni Orecchioni, storico e letterato lancianese, rilegge e ripercorre in un libro (“Dietro il sipario”, con prefazione di Dacia Maraini, Editrice Carabba) tutte le pagine della giovane internata in quella Villa Sorge oggi non più immersa nel verde come settant'anni fa, e che “ospitò” insieme a Maria 75 donne di varia provenienza europea, tutte colpevoli di essere ebree o sospettate di antifascismo. Il testo di Orecchioni, autore di altri due libri su quel periodo (“I sassi e le ombre” e “Il Fascismo, la Guerra, la Rivolta. Lanciano 1929-1945”), ha come sottotitolo “Maria Eisenstien e l’invenzione del diario”, ed è una disanima ampia e approfondita dell’ “Internata numero 6”, dimostrando che non fu un diario vero e proprio, ma un romanzo realistico scritto nella finzione diaristica. Maria si permise delle imprecisioni storiche, dimostra Orecchioni, ma rese realistica e verosimile la vita che si svolse a Villa Sorge, dominata dalla figura ingombrante del direttore Eduino Pistone, le cui angherie divennero talmente insopportabili da essere allontanato dalle autorità fasciste.
La vita dura nel campo, la scarsa igiene, servizi quasi inesistenti, i bisticci, le gelosie, i segreti e i sospetti di delazione per ingraziarsi il “capo”, le storie private e drammatiche di 75 donne i cui discorsi si articolavano in sei lingue, e che finirono in parte ad Auschwitz. Tutto questo viene analizzato e contestualizzato da Orecchioni, che fissa ovviamente le sue riflessioni, documentate da un’ampia bibliografia di riferimento, sulla personalità della Eisenstein, nata Moldauer e sposatasi a Guardiagrele con Samuel Eisenstein in un rito ebraico celebrato da Elio Toaff. Donna coltissima, amica di Alba de Cespedes con cui collaborò nell’immediato dopoguerra, nutriva interessi che traspaiono dalle pagine del suo «libro-documento» (definizione datagli da Carlo Spartaco Capogreco), ricco di echi pirandelliani, brechtiani e scespiriani trasfusi nel tipico umorismo yiddish. La scrittura, suggerisce Orecchioni, la «fa sentire viva e libera» dal confinamento coatto, silenziosa come il Laocoonte che affoga con i figli senza gridare, leggera come una nuvola di Chagall che vola «lontano da ogni prigione per sparire clamorosamente dalla scena». Come Maria effettivamente fece, trasferendosi negli Stati Uniti e lasciando dietro di sé “L’internata numero 6”.