L’intervista a Massimo Lopez: «Adoro l’Abruzzo, a teatro il pubblico è come una famiglia»

6 Gennaio 2026

Il comico torna nella nostra regione con Tullio Solenghi per un nuovo show da ridere. La coppia si esibirà il 20 gennaio ad Avezzano e il 21 a Pescara

AVEZZANO. C’è un modo elegante di dire “si riparte” senza fare necessariamente il motivatore da palestra: chiamarlo Dove eravamo rimasti e trattarlo per quello che è, una frase da conversazione lasciata a metà. Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano in Abruzzo con il loro spettacolo martedì 20 gennaio al Teatro dei Marsi di Avezzano e mercoledì 21 gennaio al Teatro Massimo di Pescara (inizio alle 21). Sul palco con loro la Jazz Company diretta dal maestro Gabriele Comeglio. Produzione International Music and Arts (in collaborazione con Stemal); le due date sono organizzate da Alhena Entertainment.

Lo show, scritto “a sei mani” con la collaborazione di Giorgio Cappozzo, mette insieme numeri, sketch, brani musicali e contributi video. Nel materiale di presentazione si parla di «picchi di comicità» come una lectio magistralis di “Sgarbi/Lopez”, un omaggio all’avanspettacolo e un momento musicale dedicato ad Anna Marchesini. Ma nell’intervista Lopez la mette giù con una parola che sembra piccola, e invece è una struttura: chiacchierata. È quella, dice, il filo che lega tutto, che trasforma la platea in una “famiglia allargata”.

Lopez, il titolo nasce da un riferimento preciso?

«Può essere un omaggio a Enzo Tortora, quella frase la diceva. Oltretutto Tullio (Solenghi, ndr), all’epoca, imitava Enzo Tortora proprio dicendo questa frase».

A un certo punto avete pensato anche a qualcosa di diverso dallo show?

«Pensavamo: “Cosa facciamo adesso? Vogliamo fare una cosa di prosa?”. Invece abbiamo pensato di restare sulla stessa linea, uno spettacolo che abbia sempre le caratteristiche dello show, sempre con i musicisti, e andiamo avanti».

Ricorre anche il concetto di “famiglia allargata”. Che cos’è, in scena?

«Il filo conduttore sarà quello di una chiacchierata tra amici, la famiglia allargata di cui sopra, che collegherà i vari momenti di spettacolo».

Che tipo di spettacolo vedrà il pubblico, concretamente?

«Lo spettacolo è proprio uno show, nel senso che abbiamo momenti che si alternano a momenti musicali, a momenti di divertimento, di imitazione».

C’è anche un tributo ad Anna Marchesini.

«Sì, quello c’è. Ci è venuto spontaneo pensarlo e farlo. Quindi è così, come avere la sensazione di essere in tre sul palco».

La Jazz Company è solo cornice musicale?

«Ovviamente ci sono dei momenti durante i quali ci rivolgiamo a loro, giocando, scherzando. C’è proprio un rapporto tra di noi, particolare, che ci consente di fare questo. In qualche momento può diventare anche “spalla”».

Portate in scena anche Sgarbi: quale versione, quella energica o quella più dimessa degli ultimi tempi?

«Lo Sgarbi che tutti più o meno conosciamo».

Politically correct: quanto pesa, oggi, su chi fa teatro comico?

«Diciamo che io sono più per il “chi se ne frega”, anche perché noi, artisticamente, come attori, siamo sempre molto misurati, anche nella satira e in tutto. Non c’è mai l’eccesso. Il politicamente corretto è un eccesso di per sé, secondo me: il fatto di non poter più parlare di nulla. Questo diventerebbe limitante».

Lei racconta anche un episodio “di altri tempi”, sul Quirinale.

«Presi l’elenco telefonico che c’era allora e telefonai al Quirinale. Dall'altra parte della cornetta trovai Maccanico, che era l’allora segretario del Presidente al Quirinale. Dissi proprio “Guardi, io sono Massimo del Trio, stiamo facendo questa cosa: io vorrei imitare il presidente, all’epoca Sandro Pertini. Mi dice se si può fare?”. Sorridendo, mi rispose: “Assolutamente sì: tutto sta sempre nei limiti della decenza”.

Oggi si ride meno?

«Il momento attuale è un momento particolare nel quale si ride poco in generale. Ma la voglia di farlo c’è».

E il pubblico più giovane, abituato ai social?

«Oggi siamo abituati, con i social, a dover ridere in poco tempo. Se c’è una gag che dura due minuti, è già troppo. Io penso invece che la comicità non debba essere la misura della battuta netta: deve essere qualcosa che si possa abbracciare anche nell’ambito di un film, di una sceneggiatura. Non è la battuta, è la situazione comica».

Che rapporto ha con l’Abruzzo?

«A prescindere dal fatto che, abitando a Roma, ho avuto modo di essere spesso sia ad Avezzano che a Pescara, mi capita di venire qui molto spesso. Conosco bene tutta la zona di Vasto, di Chieti, la costa… e poi tante località montane. C’è una frequentazione abbastanza assidua. È una bellissima regione. Spesso, per esempio, se devo andare dall’altra parte dell’Adriatico, a Bari, a volte preferisco fare l’autostrada da Roma in Abruzzo anche se si allunga, perché è proprio bella l’autostrada, è bello il paesaggio, è affascinante. E poi c’è anche meno traffico».

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